domenica 25 settembre 2022

Lillipuziani e Blefuschiani del Cinema Contemporaneo:

troppo mainstream o troppo poco mainstream? [riflessioni della notte tra il 4 e il 5 settembre 2022]



[Disclaimer: ancora più del solito, questo breve articolo è una bozza e un work in progress. L'argomento richiederebbe una trattazione molto più elaborata, e mi riservo di farlo in futuro. Possiamo dire sia stato stimolato, come tutte le mie ultime riflessioni sulla critica cinematografica, dall'osservazione di una ricezione critica squilibrata di prodotti molto diversi tra loro. Gli esempi più "di attualità" e più vicini al mio punto di osservazione sono stati in questo caso Crimes of the future di David Cronenberg e la serie tv The Rings of Power di Patrick McKay e J.D. Payne. Inutile istituire un confronto tra opere così diverse, che insistono su pubblici diametralmente opposti, e stressano, per la loro stessa rispettiva natura di opere produttivamente e commercialmente così diverse, concetti e idee di cinema così inconciliabili. Ho ritenuto più utile pormi delle domande più universali, riflettendo su come la nostra percezione di spettatori è cambiata nel corso dei decenni, relativamente al nostro essere consumatori oltre che spettatori. Beninteso che essere consumatori sia inteso senza alcuna accezione stigmatizzante; essere consumatori impone che lo si sia in maniera consapevole e critica. Nel valutare il significato di un film si può benissimo (e si deve, se lo si vuole iscrivere nel novero delle opere d'arte universali) prescindere dalle circostanze contingenti della sua realizzazione; ma allora perché schierarsi contro i film poveri e a favore dei film ricchi? Siamo così fuori dalla realtà? L'articolo che segue non è stato corretto o revisionato dopo la sua stesura, e quindi soffre di quella scrittura di getto delle cose scritte in viaggio durante una notte insonne. Chiedo venia.]


Da quando è costume vantarsi di un budget esorbitante?

Cinema e serialità televisiva affrontano mediamente costi più alti che in passato, anche facendo le dovute proporzioni con l’inflazione etc.

Oggi molti più film (in termini puramente numerici assoluti) vengono prodotti, e moltissimi di questi sono indipendenti, data la facilità incomparabilmente maggiore di realizzare tecnicamente un film (anche da “dilettanti”, volendo) rispetto al passato.

Pertanto sono molti di più i film a basso costo che quelli costosi prodotti dall’ "establishment", per così dire.

Forse è per questo che “basso budget” è negli ultimi decenni diventato quasi sinonimo di amatoriale, più ancora che nel passato.

Eppure non riesco a spiegarmi fino in fondo perché avverto sempre più spesso quasi un astio nei confronti di quei cineasti che con scarsi mezzi (magari arrischiando coproduzioni internazionali improbabili, tipicamente dopo aver affrontato molti rifiuti da parte delle major) riescono a portare a casa un risultato.

O comunque non avverto più l’ammirazione che un tempo gli sarebbe stata dedicata, e che oggi viene riservata invece a chi riesce a mettere su produzioni opulente, confondendo forse le professionalità del cinema, produttiva e registica - confusione emblematica - e scambiando per meriti artistici del film quelli che sono in effetti prerogative e caratteristiche meramente funzionali.

Un tempo, se non vado errato, (e chiedo scusa per la semplificazione eccessiva, ma facciamo finta che si tratti di un esperimento mentale atto a provare un punto), a parità di risultato o comunque di dignità artistica di un’opera, ci si sarebbe vantati di un budget basso, non di un budget alto.

Proprio perché minori risorse ti costringono ad una maggiore oculatezza, e questa spesse volte si traduce in maggior mestiere, maggior espediente, sperimentazione, acume e a volte sfruttamento dello specifico del mezzo filmico per superare difficoltà e limitazioni; laddove un budget elevato non ti costringe a questi virtuosismi, in effetti non ti costringe a niente se non al rispetto della tua professionalità.


Invece pare che oggi avere pochi soldi per fare un film sia un’onta vergognosa, qualcosa che i critici ti fanno pagare caro, quasi ti mettono un voto in meno (vd. Il commento acido di Francesco Alò all’ultimo Cronenberg), e averne tanti per contro sia un cospicuo valore aggiunto, una dimostrazione preliminare della qualità dell’opera, un fattore che dovrebbe portarci pregiudizialmente a nutrire una maggiore fiducia verso quel film o quella serie, perché se HA MERITATO quel budget allora vuol dire che meriterà anche successo e consensi.

Questa logica sembra far parte di una linea di pensiero più generale, oggi molto in voga, ovvero quella di spregiare l’insuccesso e premiare (e idolatrare, osannare, sbavare sopra) il successo.

Il successo è positivo e venerabile in quanto tale, non ha bisogno di conseguire dalla qualità o dall’impegno.

D’altro canto l’insuccesso e l’impopolarità costituiscono uno stigma già in partenza, ancora prima di accertarci del valore e del merito dell’opera in sé.

Oppure esiste l’estremo opposto, che si traduce nell’elitarismo portato all’eccesso, nel disprezzo di ogni mainstream per partito preso. Per questi orridi cinefili, (penso a molti utenti frequentatori della pagina FB di Fuori Orario), nella cui mutilata idea di cinema spero di non incappare mai, neanche quando mi sarò rincoglionito del tutto, il mainstream è sciagurato in quanto tale, anche quando è diventato “mainstream” solo perché giustamente molto conosciuto in quanto, magari, divenuto parte della storia del cinema per meriti intrinsechi; anche quando “mainstream” significa semplicemente che un film bello ha osato essere bello pur non essendo underground, ha elargito i doni della sua bellezza a un pubblico ampio, assottigliando così quello stacco tra chi si identifica nel cinema misconosciuto e si crogiola in questa sensazione di esclusività e chi invece, spettatore più “casual”, ha avuto accesso inusitato a un sublime capolavoro divenuto celeberrimo anche presso il pubblico dal palato meno fine - fino ad arrivare all’assurdità che anche ricordare positivamente Hitchcock o Kubrick costituisce peccato, perché il sublime da “canale generalista” offusca troppo spesso il sublime da MUBI.

[per chi fosse incerto sulla definizione di “purismo”, invece di usarla a caso, invito a uno studio antropologico su queste sottospecie di cinefili, basta cercarli e se ne trovano di diverse tipologie]

Questa dichiarazione implicita, orgogliosa e sprezzante, di appartenere a una nicchia, di non poter scendere a compromessi in nessun caso, si traduce in una totale adesione alla fede per l’astruso, in una predilezione per le convenzioni stilistiche dedicate ai pochi eletti che possano apprezzarle (o fingere di apprezzarle).

(Ciononstante convenzioni restano, anche quando sembrano sfuggire a qualsiasi convenzionalità formale. Rappresentano una convenzionalità sostanziale, di appartenenza).


Due opposti, ma pur sempre due assoluti dogmatici, pur sempre due a priori, pur sempre due identificazioni “fanboystiche” che in realtà cercano di nascondere il vuoto interiore e la mancanza di individualità autentica, pur sempre due visioni del mondo basate su intolleranza ed esclusione.

E in cui il significato del cinema, ciò che il cinema in ultima analisi dovrebbe rappresentare (in quanto crocevia di linguaggi e mestieri, frutto di perizia e arguzia, di espedienti economi laddove manchino i grandi capitali e i grandi budget; ma anche in quanto grande arte popolare, che come il grande teatro e la grande arte figurativa prima di lui ha avuto il merito di sfuggire tanto alle torri d’avorio quanto al palco di un becero varietà) si perde completamente.


Giorgio Todesco



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