Parlando in questo blog, in mezzo a tanti begli argomenti, anche di videogiochi, urge una presentazione di chi vi scrive, con un po' di storia personale, per chi fosse interessato alla tipologia di videogiocatore che rappresento.
In questo modo molte delle affermazioni che mi capiterà di fare nel corso delle nostre conversazioni acquisiranno un senso maggiore.
Innanzitutto partiamo da questo: non sono un “gamer”, almeno non nell'accezione totalizzante che oggi si suole dare a questo termine.
Videogioco fin da quando ero bambino, ma non ho mai praticato questa passione con regolarità, e soprattutto non ho mai sentito la necessità di accordarmi ai ritmi di uscita delle console e dei giochi, di avere una collezione completa di tutti quei titoli che per un vero gamer sono capisaldi irrinunciabili, e in generale non sento di far parte di quella community di appassionati “sul pezzo” che si è formata e consolidata a partire (più o meno) dalla Settima Generazione di console.
Utilizzo il termine community di proposito: ovviamente i videogiochi fanno parte del nostro mondo da molto più tempo, ma la formazione di una vera "comunità" di giocatori è di derivazione molto più recente, almeno se consideriamo il contesto italiano e se guardiamo al fenomeno nella sua forma più massificata, non più solo come una nicchia (per quanto grande) di nerd, che hanno coltivato e tenuto in vita la cultura dei videogiochi importata soprattutto da Giappone e Stati Uniti, ma la vera e propria esplosione (anche "comunicativa"), aiutata anche dalla nascente vita online delle nuove sub-culture pop, e dall'avvento di blog, social network, forum.
Questo bel mondo qui io l'ho vissuto di striscio e tardivamente, da adolescente/adulto, più come effetto collaterale della scoperta (e direi quasi dello studio) di opere, che non come "humus" dove riunirsi con tanti altri coetanei per condividere e approfondire quelle stesse opere confrontando le proprie esperienze ludiche.
Ma per intenderci facciamo, come dicevo, un po' di storia personale.
Da bambino, ancora molto piccolino (giocavo al PC di mio padre), gli unici “videogiochi” che avevo a disposizione erano piccole avventure grafiche (il mio primo videogioco in assoluto fu TipTop e il Mistero dei Libri Scomparsi, un punta e clicca pubblicato da RIZZOLI, ma vi rendete conto che origini alte ha questa mia passione?) e giochi platform Disney Interactive di mediocre qualità (come Toy Story 2: Buzz Lightyear to the rescue e A Bug's Life, che la nostalgia e i ricordi infantili mi rendono meravigliosi), più altri puzzle game raccattati per bancarelle. Era l'epoca dei CD-ROM, spesso piratati, e nelle case di tutti noi entrava una quantità enorme di pattume, all'interno del quale ogni tanto si nascondevano delle perle (nel mio caso fu ad esempio una demo di Tomb Raider II).
In seguito cominciai a giocare a tie-in di Harry Potter o avventure in terza persona o rts tratti da Il Signore degli Anelli, sempre per PC.
[Non avevo ancora nessuna console, ricordo che mi sarebbe piaciuto avere una console portatile (era l'epoca del GameBoy Advance), ma i miei genitori non vollero mai accontentarmi (-__-), e col senno di poi mi accorgo che mi sarei presto stufato.]
La mia passione per i videogiochi era dunque “derivata” da quelle per cinema e lettura, non riuscivo ancora a concepire di potermi interessare a storie e giochi con concept originali, ne conoscevo l'esistenza ma non vedevo il motivo di provarli: a me piaceva potermi ritrovare in storie con cui avevo già una familiarità, storie che potevo gustare in quanto trasposizioni o “ricami” su cose già conosciute e amate.
Per tutto il resto, ovvero per tutto quello che mi bastava “guardare” o provare sporadicamente, mi bastava andare a casa del classico amico con la Play Station (tutti ne abbiamo avuto uno), e vedere Disney's Hercules, Tarzan, Pandemonium, Crash Bandicoot, Spyro the Dragon, Bugs Bunny & Taz: Time Busters, Independence Day, Tekken 3, restarne molto colpito e divertito, ma in realtà accontentarmi di farne esperienza in questo modo. Era un'età in cui avevo tanti altri interessi, e li coltivavo voracemente. Giocare con gli amici non si limitava certo ai videogiochi: corse in bicicletta, partite a calcio o con i Beyblade (ve li ricordate? Maronn' quanto so' vecchio...) strappavano in realtà la maggior parte del tempo allo stare chiusi in casa. E poi c'era la lettura, i film, la musica...
Per farla breve: fino a quel momento ero stato solo un “giocatore PC” (ahahah). Ottenni la mia prima console all'età di 9 anni (Play Station 2) e nel corso di diversi anni accumulai la considerevole cifra di 4-5 videogiochi, con cui giocavo a rotazione, traendone piacere e divertimento, senza conoscere tutto il mondo dietro (avrò comprato nella mia vita una o due copie di PSM, e non ero solito leggere recensioni di alcun genere), e senza mai aver sentito la necessità di allargare il mio parco titoli oltre quei pochi giochi a cui ero affezionato (ero un completista), e di cui non mi stancavo mai. Se può interessare, per molti anni non giocai ad altro che a Il Signore degli Anelli: Il Ritorno del Re, Kingdom Hearts (prima saga “originale” a cui mi appassionai sinceramente, che mi aveva attirato più per la presenza dei personaggi Disney che per altro), PK: Out of the Shadows (un gioco con Paperinik, il primo che ricevetti tra l'altro, insieme alla console), ah e ovviamente il disco incluso nella console con una decina di demo! Ratchet & Clank in primis. Ricordo che le sfarinai.
In seguito si aggiunsero Age of Empires II (regalo), Kingdom Hearts II (primo sequel attesissimo e acquistato ad hoc), Il Signore degli Anelli: la Terza Era, Age of Empires I (e relativa espansione, adoro quel genere di rts) e altre trasposizioni di Harry Potter (le vecchie passioni non sono mai tramontate, come si può notare).
Nel frattempo in casa degli amici c'era sempre modo di provare, con il mai abbastanza rimpianto multyplayer locale della PS2, giochi come Metal Slug 3, GTA: San Andreas, GTA: Vice City, WWE Smack Down, Pro Evolution Soccer 5, Fifa 06, Gran Turismo 4 e tantissimi altri. Più i giochi che ci prestavamo a vicenda, conoscendo ognuno i gusti dell'altro e potendo allargare gratuitamente il proprio “catalogo”.
Insomma, non ho certo un'esperienza risicata, e per questo devo ringraziare la condivisione tipica di quell'epoca di videogiocatori, più che la vastità della mia collezione personale, visto che compravo solo i videogiochi che avrei davvero voluto completare al 101% (questione di carattere, suppongo), e per gli altri mi accontentavo di una partita saltuaria in compagnia.
Se penso a quanto fosse bello condividere la propria libreria di giochi, scambiarsi pareri, storie, partecipare alle “giocate di gruppo”, con i turni al joypad (fino a 6 controller collegati per i giochi di combattimento in 3d, chi si ricorda esperienze del genere con i propri amici?), mi sale una nostalgia incredibile, e capisco il mio inconscio allontanamento dal mondo dei videogiochi, più o meno all'epoca di Play Station 3, quando questo aspetto venne pian piano a mancare.
Mi autoesclusi dal mondo delle console (ricordo solo qualche partita a casa di cugini con giochi di corsa per Xbox), e cominciai per la prima volta a scoprire YouTube, e ad accorgermi dell'esistenza di canali italiani di gameplay preregistrati e caricati sul web.
Fu così che venni a conoscenza del magico mondo del retrogaming.
Ero infatti inevitabilmente attratto da ciò che mi ero perso dell'era precedente (in parte per motivi anagrafici, non ero ancora abbastanza maturo da “scovare” i titoli veramente degni di far parte della mia collezione; in parte a causa dei miei gusti, molto selettivi, ma anche molto limitati; in parte perché fino a quel momento avevo sempre giocato un po' quello che mi capitava andando a trovare i suddetti amici).
La saga di Kingdom Hearts fu il “ponte” verso un mondo molto più grande. Ricordo distintamente che un bel giorno la curiosità e la fascinazione verso questi personaggi Squaresoft ancora semi-sconosciuti (il Sephiroth del Monte Olimpo mi aveva massacrato così tanto da farmene innamorare) mi fecero cercare un gameplay completo di Final Fantasy VII su YouTube.
Vi
trovai una serie (moddata in italiano, ancora non sapevo quanto
questo potesse essere sconvolgente per gli utenti italiani
aficionados di quello
storico titolo) sul canale di ShinRaIntern.
Quello fu l'inizio di un periodo intenso di scoperta, innamoramento e recupero di TUTTA la serie Final Fantasy.
Negli anni seguenti, cominciando da Final Fantasy XII (a quell'epoca l'unico per PS2 ancora reperibile nei negozi) e da una versione PC (Eidos) del VII, comprai su eBay copie originali usate (ma in ottimo stato) di: Final Fantasy VII, VIII, IX per PS1 (non ho mai posseduto il trattorino grigio, per cui benedetta sia sempre la PS2 e la sua retrocompatibilità!), del X per PS2.
Il procedimento (tranne per il XII che fu una sorta di “terreno di prova”, e che giocai totalmente blind) era sempre lo stesso, per quanto atipico:
visione completa di un gameplay sul canale di ShinRaIntern, il quale era solito realizzare “montaggi cinematografici” di questi giochi, saltandone le parti non narrative. Spesso i suoi video erano corredati da annotazioni (ormai scomparse, dannato YT), che integravano il contenuto con commenti, aneddoti, informazioni;
acquisto su eBay del gioco in questione;
partita completa, non più in completa blind ovviamente, ma tesa alla scoperta del “gioco” e al completamento quasi ossessivo di ogni sua parte. Il fatto di conoscere già la storia di quei titoli mi permetteva di riviverli in un modo totalmente diverso, concentrandomi sì sul gameplay e sul completismo (essendo jrpg, erano giochi con una enorme quantità di quest secondarie, che si prestavano particolarmente bene a essere trascinate nella fase di "end-game", rendendoli dei giochi estremamente longevi, quindi perfetti per me), ma riuscendo a vivere anche la storia con un grande coinvolgimento, come quando si rilegge un romanzo cui si è affezionati.
Insomma, così facendo recuperai i Final Fantasy della 5a e 6a generazione di console, e fu un'esperienza molto appagante. Finalmente capivo di essere approdato a una vera "serie videoludica", di far parte di un fandom "storico" del medium. Sensazione che nessun videogioco mi aveva mai riservato prima d'allora.
Ma secondo voi mi fermai lì? Ovviamente no. Recuperai, tramite emulatori (!!!), anche i primissimi capitoli, dall'1 al 6.
In realtà non ho mai completato Final Fantasy 3-4-5 in ogni loro parte come ero solito fare (ogni tanto anche la vita vera chiama all'appello...), ma conosco e apprezzo le loro storie, le loro musiche, la loro presenza e importanza nella storia dei videogiochi, la loro legacy insomma.
Questo fu il primo e più importante impatto con il mondo del retrogaming.
Ma altre saghe storiche e killer application entravano a far parte negli stessi anni se non della mia esperienza di prima mano almeno delle mie conoscenze generali, sempre grazie alla visione di run su YouTube.
Alcuni potranno obiettare che questo modo di conoscere i videogiochi non sia ortodosso o sufficiente per apprezzarli, e indubbiamente hanno ragione.
Ci sono tantissimi titoli che non ho mai recuperato che meriterebbero una "prova su strada".
Il fatto è che, escludendo la mia verve completista con quei (relativamente) pochi titoli che sono negli anni entrati a far parte della mia collezione fisica, la mia passione per i videogiochi, così come si è sviluppata dalla fine dell'adolescenza in poi, è soprattutto una passione per le storie che i videogiochi sono capaci di raccontare.
E non fraintendetemi: la componente ludica è FONDAMENTALE per il fine narrativo. L'interazione è il vero cuore del linguaggio dei videogiochi, e questo ha un'impatto notevole anche sul tipo di storie che si possono raccontare, sulla durata delle storie, sul livello di coinvolgimento e investimento emotivo, su tutta una serie di fattori che rendono le storie che è possibile inserire nei videogiochi sostanzialmente diverse da quelle che è possibile comunicare per esempio tramite la letteratura, il cinema, la serialità televisiva.
Quello che sto dicendo è che, in certa misura, anche la componente di interazione è "trasmissibile" attraverso lo strumento del video.
Certo, non sarà mai la stessa cosa come "giocarlo" (tant'è vero che quelli che ho assimilato dalle mie esplorazioni internettarie come "più affini" alla mia identità di videogiocatore sono entrati immediatamente e senza indugi nella mia cerchia di "tesori personali", anzi sono stati sviscerati a tal punto da averli esauriti), ma anche solo "veder giocare" un videogioco è un'esperienza neanche lontanamente paragonabile alla fruizione passiva data da un film o da una serie tv.
Rifletteteci un attimo, anche rispetto alla testimonianza che ho riportato: così come un tempo si poteva "vivere" un videogioco anche andando a casa da un amico e guardandolo giocare, per poi magari prendere il controller quando arrivava il proprio turno e vivere quell'esperienza sulla propria pelle, così oggi, con le community online di videogiocatori e il mondo dei walkthrough divenuto ormai una realtà acclamata (e un discreto business di scala mondiale, aggiungerei, che infatti software house e publishers non hanno tardato a identificare come nodale per la comunicazione e promozione dei loro prodotti), si continuano a "vivere" i videogiochi attraverso forme diverse di condivisione.
Comunque, a parte queste mie considerazioni, il mio amore per il retrogaming non è mai scemato. Ancora oggi recupero pian piano storiche saghe, che il mio amore per il cinema mi fa apprezzare ancora di più, come Silent Hill, le cui intuizioni estetiche e narrative, improntate a un surrealismo inquietante e allucinante, debitore tanto dell'immaginario lynchiano quanto di cult come "Jacob's Ladder", risultano tanto più folgoranti conoscendo la storia del suo team di sviluppo, il c.d. "Silent Team", che produsse il primo capitolo di questa serie capolavoro nel 1999 con mezzi scarsissimi, ma con tanta verve creativa e capacità inventiva.
Menzione speciale merita una saga che conosco molto bene, avendo fatto parte del cuore di molti videogiocatori, ma che ahimé non ho mai recuperato "pad alla mano": la Metal Gear Saga.
L'aspetto eccezionale di questa serie di giochi, conferitogli dal geniale e pazzoide autore Hideo Kojima, consiste soprattutto, a mio parere, nella sua capacità di conciliare una messa in scena fortemente cinematografica e spettacolare con lo sfruttamento di meccaniche di interazione che solo il gioco può offrire, il tutto al servizio di una storia estremamente matura e complessa, con risvolti di fantapolitica e denuncia anti-bellica che prima del caposaldo del 1998 difficilmente ci si sarebbe aspettati da un videogioco. Tuttavia, sì, a parte la mia ammirazione intellettuale e il mio interesse puramente da spettatore, mi manca, e prima o poi porrò rimedio a questa imperdonabile lacuna.
Sempre spinto dalla visione di partite complete su internet, che all'epoca ho vissuto come splendide serie tv e hanno poi stimolato in me il desiderio di provare sulla mia pelle quelle meravigliose esperienze, ho provato: Earthbound, Mother 3, Chrono Trigger, Xenogears. Tutti giochi che definire capolavori e pietre miliari del medium sembra quasi riduttivo. I primi due per la loro geniale e folle impostazione stilistica, i secondi per la magnificenza e complessità narrativa, per molti versi ineguagliata da qualsiasi titolo sopraggiunto in seguito.
Altri vecchi titoli (era Play Station 2) che ho avuto modo di provare sono gli horror "atipici" Hounting Ground e Rule of Rose, opere difficilmente classificabili, nella loro atmosfera unica e affascinante.
Come potete notare non compaiono serie come Super Mario o The Legend of Zelda. Trovo interessante più "studiare" come questi brand storici della Nintendo abbiano influenzato la storia dei videogiochi e plasmato le generazioni a venire che giocarli in prima persona. Non credo facciano parte delle mie corde, sebbene nutro un'enorme ammirazione per tutte le novità che hanno apportato e per il loro contributo fondativo a dir poco.
Eppure, sebbene la maggior parte dei titoli di mio interesse facciano ormai parte di un passato piuttosto remoto, e per gli altri mi basta spesso la conoscenza "superficiale" offertami dai creatori di contenuti su YouTube, esistono alcuni giochi che hanno vinto la mia ritrosia da consumatore e sono entrati a far parte della mia collezione fisica, finalmente riallineata alle nuove console con un'esclusiva Play Station 4: Bloodborne (From Software) è uno dei pochi videogiochi di ottava generazione approdato sul mio scaffale.
Ho già visto diversi suoi gameplay (ovviamente), la sua ambientazione e atmosfera lovecraftiane mi affascinano enormemente e ho deciso che sarebbe stato il primo "soulslike" che avrei voluto provare personalmente.
Non l'ho ancora finito, ma la soddisfazione di riuscire a padroneggiarne gli elementi di gameplay e a farsi strada in questo mondo cupo e ostile è qualcosa di difficilmente pareggiabile.
Altri giochi in qualche modo assimilabili a questo (pur facendo parte più del genere Metroidvania che del genere Soulslike) che ho avuto modo di giocare sono Salt and Sanctuaries e Hollow Knight. Le sensazioni che questi giochi riescono a procurare nell'esplorazione e nel conseguimento degli obiettivi, man mano che si avanza, sono straordinariamente soddisfacenti.
Per finire la lista:
Un gioco della Maxis che tutti conosceranno, e che mi entrò da subito nel cuore per quanto fosse divertente e potenzialmente sterminato, è SPORE. Che dire di questo titolo unico nel suo genere? Adoro il suo stile, adoro il modo in cui evolve da una sezione a quella successiva, mi piace il genere gestionale così riadattato e reinterpretato... insomma una piccola perla.
Ultimamente sto recuperando alcuni giochi della saga di Kingdom Hearts (Re: Chain of Memories e Birth By Sleep, nelle versioni rimasterizzate della collection per Play Station 4) che avevo lasciato indietro per via di quanto la trama mi avesse stuccato e deluso (ma questo sarà forse argomento di una nostra conversazione futura *wink*), e che oggi riprendo a giocare unicamente per provare con mano il gameplay di alcuni capitoli che mi mancano, nella speranza di ritrovare quelle "vibes" che tanto mi avevano fatto innamorare del primo episodio, essendo comunque i due capitoli più "accettabili" anche per la loro storia.
The Binding of Isaac è uno dei pochissimi "giochi senza fondo" che fanno parte di questa mia strana collezione, ci ho speso comunque pochissime ore (circa un'ottantina, che rispetto alla media necessaria per sviscerarlo completamente non sono niente), e non essendo particolarmente versato nei roguelike non sono riuscito a sbloccare tutti i finali (non ancora), ma mi diverte sempre tantissimo.
Alcuni indie gradevoli come Limbo e Papers, please, che fanno parte della mia lista Steam.
Tutti abbiamo una lista di titoli già a nostra disposizione, ma che non ci risolviamo mai a giocare, una buona volta. Tra questi annovero una grande quantità di titoli appartenenti alla mia compagna (sia nella libreria Steam che in formato analogico, trasversali alle ultime tre generazioni di console), che prima o poi sbocconcellerò anch'io (possibilmente in sua compagnia).
Per citarne solo alcuni: To the moon, SOMA, Death Stranding, la Dragon Age saga, Monster Hunter World, Portal 1 e 2, Bioshock Infinite.
Tra questi anche i tre giochi sensazionali del team Ico, sulla cui artisticità e evocatività non credo di dovermi pronunciare.
Ma sto lasciando per ultimo uno dei videogiochi che più di molti altri ha lasciato il segno sulla mia psiche bramosa di storie. Un gioco (fattomi scoprire sempre dalla mia compagna) che ha sconvolto molte persone per la sua carica innovativa, il suo art design, la sua scrittura. E ha anche una bella storia.
Sto parlando, ovviamente, di Undertale.
Per quanto sia da molti ritenuto un titolo sopravvalutato, mi sembra che Undertale sia ancora un esempio folgorante delle estreme conseguenze a cui può giungere l'esasperazione, mi verrebbe da dire quasi "teorica", del concetto di interazione, non più solo tra "giocatore calato nei panni di un personaggio" e la storia in cui è immerso, ma tra giocatore e software.
Il modo in cui il software Undertale comunica al giocatore, il modo in cui la storia e i personaggi sembrino vivi MALGRADO il giocatore, è qualcosa che non solo nessun medium era mai riuscito a conseguire in questi termini, ma che pochissimi esempi all'interno del medium stesso erano riusciti a evidenziare, e nessuno con questa lucidità e chiarezza, contestualizzando il tutto all'interno del racconto, per di più, senza abbandonarsi passivamente al meccanismo di "rottura della quarta parete", ma trasformando in diegesi anche l'extra-diegesi, con capitomboli e trip incredibilmente sofisticati.
Insomma, Undertale ha indubbiamente modificato la mia visione delle potenzialità del mezzo videoludico, che si conferma capace di autoriflessività tanto quanto (se non di più, grazie all'apporto dell'interazione col giocatore, ovvero il suo linguaggio proprietario) il cinema ha dimostrato di saper fare, fin dalla nascita del c.d. "cinema dello sguardo". In questo Toby Fox promette di essere ricordato come uno dei più brillanti e peculiari autori dell'industria, partito come sviluppatore totalmente indipendente (e ancora tale, allo stato attuale, mentre produce Delta Rune, chissà quando riusciremo a vederlo), ma riuscito a creare un nuovo paradigma che probabilmente entrerà a far parte della storia del medium.
Tra Bloodborne e Undertale, anche io dunque mi sono affacciato infine alle nuove generazioni di giochi (tra le mie ultime acquisizioni Journey e la trilogia di Uncharted, anche questi a tempo debito, senza fretta, li giocherò, abbiate fede xD), sempre timidamente e tardivamente, sempre spinto da altri, che fosse attraverso il passaparola o la condivisione online; ma sempre premiato da quel misto di curiosità e selettività che caratterizza le mie scelte di consumatore videoludico fin da quando ero piccolo.
Ogni tanto ritorno ancora oggi a giocare i giochi della mia infanzia, i quali, pur con tutti i loro difetti, e senza essere per niente rappresentativi dei capolavori che trascorrevano sul mercato in quegli anni (o in quelli immediatamente precedenti), hanno decisamente dato l'imprinting al mio modo di approcciarmi a questo mondo.
È così, tra vecchio e nuovo, tra recalcitranze e innamoramenti, un po' su YouTube, un po' col controller in mano, che si gioca questa mia passione.
Una maniera di giocare bizzarra, sicuramente selettiva e capricciosa, che spesso preferisce vivere il rapporto tra storia e il gameplay in una strana idiosincrasia piuttosto che nella maniera tradizionale, senza che questo infici o depotenzi l'esperienza.
Prendete questa lista di titoli citati come un virtuale "giro nella mia stanza dei giochi", o come una TOP30 dei miei videogiochi, o come una chiacchierata tra amici. Non vi è alcuna pretesa di "completismo", in questo caso: sono consapevole che è una lista piena di lacune e imperfezioni.
La mia cultura videoludica non è minimamente sufficiente a parlare con autorevolezza dell'argomento, ecco perché mi sono limitato a offrire una condivisione, più che un discorso strutturato.
Condividere le proprie esperienze di vita è una delle cose più entusiasmanti, quando si supera una certa età di pura "scoperta" e ci si guarda intorno per vedere chi ha un bagaglio simile (o anche molto diverso d)al nostro.
Spero solo di aver dato un'idea del tipo di videogiocatore che sono, e in questo modo di dare, a chi possa interessare, le coordinate per capire da cosa dipenderanno certi miei giudizi presenti nelle prossime conversazioni su questa piattaforma.
Giorgio Todesco









