Cari amici, come gli interessati già sapranno, la settimana scorsa sono stati rilasciati i primi due episodi della serie tv di Prime Video (network di Amazon) “The Lord of the Rings - the Rings of Power”.
Inutile sarebbe un preambolo che contestualizzi le circostanze dell’uscita di questa serie-evento, già discussa e contestata da molti mesi prima della sua uscita.
Mi riservo in futuro di allegare una “parte 2” di questi miei ragionamenti, spero a serie conclusa (almeno la prima stagione), in cui tirare le somme e raccontare le mie impressioni più in generale e in maniera più sistematica, nonché introdurre la mia storia di lettore tolkieniano (e non solo), di appassionato e studioso del medium cinematografico, per spiegare e chiarire ancor meglio quali sono i passaggi che mi hanno portato a determinate conclusioni.
Questo blog non è nuovo ad argomenti di “attualità tolkieniana”, essendo l’opera del Professore Oxoniense una delle mie prime e più durature passioni letterarie. Ho già dedicato un paio di anni fa un articolo dettagliato (eppur incompleto) in cui analizzavo le mie impressioni sulla nuova traduzione italiana ufficiale del Signore degli Anelli, ad opera di Ottavio Fatica.
Questi articoli saranno per me da considerarsi sempre una sorta di work in progress: gli argomenti che ospito hanno risvolti articolati e difficilmente esauribili senza investirvi tempo e competenze che non sempre ho.
Proprio per questo, senza alcuna pretesa di esaustività, vorrei condividere con voi alcune riflessioni sparse in merito ai primi due episodi della serie Amazon, che mi sono state ispirate in questi giorni mentre ripercorrevo le Appendici del Signore degli Anelli, le quali, ricordiamolo, di tutta l’opera tolkieniana che faccia riferimento alla Seconda Era (setting della serie) sono l’unica base testuale effettiva (ovvero quella su cui gli autori hanno ereditato i diritti di sfruttamento commerciale per l’adattamento televisivo) di questo prodotto.
Il concept della serie è semplice, e come già detto, ritornerò in un pezzo ulteriore su un inquadramento generale di questo progetto e delle mie sensazioni non solo (o non tanto) in quanto lettore di Tolkien, ma direi soprattutto come fruitore di cinema e serie tv.
Per prima cosa vorrei fissare pochi punti che la visione di questi primi due episodi, unitamente a un “ripasso” del testo e a qualche riflessione scaturita anche dal confronto con alcuni utenti su internet, mi hanno ispirato.
Ovviamente, SPOILER ALERT.
Cominciamo:
1). Qual è il più grave problema di introdurre Gandalf nella Seconda Era? Ovviamente vedremo, nel corso delle prossime settimane, quale sarà il ruolo e la rilevanza di questo Gandalf della serie (non credo vi siano dubbi sulla sua identità, hanno praticamente fatto di tutto per suggerircelo, dal fatto che incontri per primi gli Hobbit, alla scena in cui parla con le lucciole, così come il Gandalf della trilogia di PJ comunicava con la falena per mandare un messaggio alle Aquile - quello che definirei un gratuito riciclo di “asset narrativi”, ma pazienza).
Gandalf (e gli altri Istari poco prima di lui) arrivano in Middle-earth circa nel 1000 T.E. PROPRIO perché gli Uomini di Arnor (già in declino) e Gondor (che invece in quegli anni tocca il suo apice di gloria e conquiste) hanno abbassato la guardia contro il pericolo di un eventuale ritorno di Sauron, secondo loro sconfitto da un millennio definitivamente.
Al punto che quando (1050-1100) un’ombra ricompare a sud di Boscoverde il Grande (che da qui in poi diverrà appunto Mirkwood, Bosco “Atro”), nessuno sospetta che possa trattarsi di Sauron, ma credono al massimo che si tratti di un Nazgûl scampato dalla rovina di Barad-Dûr e rifugiatosi nel nord per accrescere il suo potere con negromanzie e stregonerie.
È ragionevole credere che Gandalf, ben conscio della sua missione, non abbia mai avuto dubbi che Sauron sarebbe prima o poi tornato, e che aspettasse solo il momento buono, dopo aver recuperato almeno parte del suo antico potere, e sempre alla ricerca dell’Unico.
Tuttavia dovranno passare altri 1000 anni prima della prima cacciata di Sauron da Dol Guldur (l’inizio della cosiddetta Pace Vigile) e altri 800 prima della Quest di Erebor e della “ufficializzazione”, non solo nei sospetti di Gandalf ma anche per il resto del Bianco Consiglio, che il Negromante altri non fosse che Sauron redivivo.
Se Gandalf è presente già dalla Seconda Era, anzi già dall’epoca della Forgiatura degli Anelli, perché non ha impedito che Sauron ingannasse i Noldor di Ost-In-Edhil? E, ancora peggio, come ha potuto permettere che Sauron corrompesse I Numenoreani e li sobillasse contro i Valar?
Certo, Gandalf non è onnipotente e non può impedire tutto, tuttavia perché anche solo lasciare la possibilità che lui sia presente a questi eventi, e renderlo comunque ininfluente? (Dato che le cose poi si sono svolte ugualmente, ed evidentemente lui non ha potuto impedirlo, e non ha avuto parte nel prevenirle).
Il fatto è che Gandalf arriva in una Terra di Mezzo dove Sauron è scomparso, inviato dai Valar (coscienti che il male fosse dormiente ma non ancora definitivamente sconfitto) per preparare i Popoli Liberi al suo ritorno e per progettare la battaglia contro di lui. È questo il senso degli Istari, modificare le circostanze della loro venuta non ha alcuno scopo.
(Quando Tolkien stesso “retconnò” l’avvento degli Stregoni Blu insieme a Glorfindel nella Seconda Era, come si legge nel volume 12 della History, Peoples of Middle-Earth, lo fece in quanto gli Stregoni Blu hanno avuto un ruolo diverso da quello di Gandalf, si sono subito allontanati dai luoghi cruciali in cui si sarebbero poi svolti i principali eventi della Guerra dell’Anello, e ammesso che valgano le interpretazioni secondo cui hanno lavorato per la causa “dei buoni”, lo hanno fatto strappando possibili alleati a Sauron tra gli Uomini dell’Est e del Sud.
Un contributo di questo tipo, non dico marginale, ma sicuramente periferico, può benissimo essere “retrodatato” alla Seconda Era senza creare scompensi nel continuum narrativo. Altrettanto non si può dire per Gandalf.)
2). Punto direttamente collegato al precedente. È la Terza Era quella in cui la presenza di Sauron è inosservata e/o dimenticata, non la Seconda!
Passano pochi secoli, da dopo la Guerra d’Ira, prima che Sauron cominci a lasciare tracce del suo passaggio (c. 500 S.E.), e intorno al 1000 si rivela nuovamente, fondando Barad-Dûr. È SAURON A CERCARE DI BLANDIRE GLI ELFI SUBITO DOPO. Non sono loro che lo cercano in lungo e in largo! È Sauron che, cercando di fottere tutti gli abitanti della Terra di Mezzo, con l’inganno prima di essere costretto a ricorrere alla forza, sta già meditando di distribuire Anelli costruiti con la sua sapienza agli Elfi più potenti e poterli così controllare. Ma Gil-Galad lo manda a quel paese, perché non è scemo.
È un possente re di Noldor, meno ottenebrato di Celebrimbor (che nel suo sangue, essendo nipote di Fëanor, conserva quella traccia di tracotanza e di desiderio di gloria per la forgiatura di grandi opere di artigianato e oreficeria che lo porta a cedere alle lusinghe di Annatar), e presagisce che Sauron medita di riacquistare potere e influenza, anche se magari non immagina cosa diventerà (complice proprio l’Anello).
Insomma, questa atmosfera da “return of the shadow” (tra l’altro titolo di uno dei volumi della History, se non sbaglio proprio quello che compendia la Terza Era e tutti gli eventi propedeutici all’avvento dei Grandi Anni, del ritorno di Sauron e della Guerra dell’Anello) è molto più presente DOPO la caduta di Numenor, DOPO l’Ultima Alleanza, dopo che Sauron ha perso la sua forma umana (nel prologo della serie ci viene già mostrato con la mìse - ormai iconica, ho capito! - che lo caratterizza appunto sul finire della Seconda Era, quando ormai è poco più che una macchina, un mostro tenuto in piedi solo più dal potere dell’Anello/“Horcrux”; difficile immaginarlo così all’inizio della Seconda Era, quando ancora era un Maia insidioso, che assumeva un bell’aspetto per irretire gli Eldar - non avendo la “negra forma” che invece aveva Morgoth, ed essendo scampato all’ira dei Valar ben prima che scoperchiassero Angband, ma pazienza).
Nella Terza Era Sauron è davvero un sussurro di terrore che si sparge in giro. Come del resto è reso benissimo nel prologo cinematografico della Compagnia dell’Anello, con una semplice sequenza di immagini naturali inquietanti - grande cinema.
Questa atmosfera di incertezza addirittura sulla natura del Male che pervade questi primi episodi è molto off rispetto a ciò che sappiamo di quel periodo. Nella memoria degli Elfi che guidavano Sindar e Noldor il ricordo di ciò che era il male era ancora molto fresco.
[Tra l’altro intuiamo che Arondir, il Custode Guardiano e tutta quella gente lì, altro non è che uno degli avamposti che Gil-Galad stesso (citato sempre come Alto Re) ha disseminato per la Terra di Mezzo (davvero Gil-Galad ha influenza sugli Elfi che vivono così lontano dai Regni Noldor? Addirittura in luoghi remoti come Nurn, Khand, Rhûn - più o meno all’incrocio dei quali sembra trovarsi la località in cui vivono Arondir e Bronwyn? Pare quanto meno improbabile. Forse questo rientra in quei cortocircuiti provocati dalla “compressione spaziale”), quindi, tanto per cominciare, il suo esser stato presentato come Elfo Silvano apparentemente lontano dalle questioni “politiche” dell’Occidente è fuorviante e può dare adito a fraintendimenti se anche solo ti perdi questo riferimento all’Alto Re.
Inoltre risulta ancora più incredibile che una caccia così estesa e sistematica sia stata messa in piedi dagli Elfi per chissà quanti secoli, eppure la sola Galadriel viene ora criticata per il suo eccessivo zelo.
Certo, le modalità sono diverse da un lato all’altro della Terra di Mezzo: al Nord Galadriel cerca le tracce del passaggio degli Orchi scappati dopo la caduta di Melkor, e questo la porta sulle tracce di Sauron, o così almeno crede.
A Sud Est invece gli Elfi hanno l’incarico, affidatogli presumibilmente attraverso la supervisione di questo “Custode Guardiano” (figura che sembra uscita più da Dragon Age che da SdA), di sorvegliare e vigilare le popolazioni umane dell’est, tacciate di essere state fedeli a Morgoth durante la Prima Era (forse discendenti di Ulfang?), e temute per la possibilità che si affilino con Sauron nel presente, se non vengono, appunto, debitamente sorvegliate.
Trovo tutto questo molto stiracchiato.
Avrei preferito che Arondir fosse stato un Elfo Avaro, o comunque che non fosse stato possibile ricondurlo sempre a una “centralità” dei Reami Elfici, concetto decisamente forzato e svilente, specialmente in relazione alla grande eterogeneità degli Elfi della Terra di Mezzo, alle grandi differenze tra i loro insediamenti, le loro culture, i loro orizzonti.]
Per questa e altre ragioni, quella che è stata raccontata mediaticamente come una “compressione spazio-temporale” necessaria per rendere filmabile la complessa timeline della storia di Arda, a me risulta piuttosto uno sfasamento generale, in cui l’ordine degli eventi a volte è sì compresso, ma a volte è direttamente invertito, confuso o non esplicitato.
Seconda e Terza Era sembrano essere fuse in un’unica era dalle caratteristiche miste tra l’una e l’altra.
Si noti tra l’altro come nelle didascalie che introducono il prologo non si faccia alcun riferimento ai Giorni Antichi e alla Prima Era - se per questo non viene specificato neanche che dopo l’Ottenebramento di Valinor succedono due piccole cosine come la creazione del Sole e della Luna e l’Avvento degli Uomini, ma tutte queste omissioni avrebbero richiesto perifrasi complicate non potendo chiamare in causa il Silmarillion, tuttavia non sarebbe stato impossibile dare un po’ più di contesto. La principale pecca del prologo è proprio quella di concentrarsi solo su UN aspetto, e in maniera troppo vaga. Sembra dare precedenza esclusivamente alla creazione del trauma di Galadriel per la scomparsa del fratello [Finrod; gli altri fratelli evidentemente non le importavano abbastanza]. Non si fa nemmeno alcun riferimento, durante le prime scene che ci trasportano al “presente” della serie, a una collocazione specifica all'interno della Seconda Era. Le prime scene che presentano le vicende di Galadriel non contengono alcuna indicazione temporale, non viene offerta una data precisa in cui si svolgono gli eventi. Questa deliberata imprecisione nel collocare la storia fa parte di una più generale decisione di rendere il setting sfumato e incerto, e potersi permettere di scombinare le carte più o meno a piacimento, anche e soprattutto per non cadere nel rischio di citare elementi del Legendarium su cui non possono accampare diritti di sfruttamento.
3). Così come il setting spazio-temporale, anche la caratura, il carisma e l’importanza di certi personaggi (il più grave dei quali è Galadriel, vd. oltre), hanno subito un grossolano squilibrio: alcune qualità e caratteristiche di certi personaggi sono state travasate in altri.
E se questo era già stato fatto nel SdA di Jackson era stato fatto soprattutto per poter tagliare dei personaggi secondari e “condensare” alcune azioni, alcuni dialoghi, che sarebbe stato un peccato perdere del tutto, attribuendole a personaggi già presenti, che hanno quindi ricevuto un “boost” alla loro caratterizzazione.
Ecco da dove arriva il ruolo di Arwen (che riassume in sé anche quello di Glorfindel, assente nelle trasposizioni); ecco da dove arrivano alcune frasi di Barbalbero tratte direttamente dai dialoghi di Tom Bombadil; ecco da dove arrivano dialoghi attribuiti a Gandalf presi da altri personaggi (non ricordo a memoria i riferimenti puntuali, ma nei contenuti speciali dei tre film di Jackson c’è sempre, in ciascuno dei tre, uno speciale dedicato interamente a questo aspetto della scrittura “dal libro al film”, in cui loro hanno giustificato tagli, spostamenti, piccole semplificazioni e modifiche); ecco da dove arriva l’aver messo il bellissimo monologo su Eowyn (credo sia Gandalf a pronunciarlo nel Ritorno del Re) in bocca a Vermilinguo. E ringraziamo tutti Fran Walsh e Philippa Boyens per quest’opera certosina, perché ha impreziosito non poco il risultato finale, e ci ha regalato dei personaggi memorabili.
La stessa cosa è stata fatta qui? Sfido chiunque a sostenerlo.
È una scelta legittima, per carità, quella di modificare vicende e personaggi per rendere più scorrevole la narrazione (nonostante le “trappole” che si sono creati da soli mi fanno pensare che la narrazione sarebbe stata più scorrevole senza far percorrere a Galadriel l’oceano a nuoto, tanto per citare il più eclatante), ma si badi alla differenza tra il caso di Glorfindel/Arwen e lo squilibrio Galadriel/tutti gli altri elfi.
Nel primo caso Arwen assimila il ruolo di Glorfindel e quest’ultimo viene tagliato del tutto. Di conseguenza Glorfindel, inteso come personaggio a se stante, NON ESISTE nel Lotr cinematografico . Sopravvive il suo spirito e il suo senso, in un espediente sceneggiativo che punta a “un’economia di personaggi”.
Nel secondo caso invece Galadriel viene spogliata e privata del suo naturale carisma: lei è “solo” un personaggio d’azione, impulsivo e sanguigno. Gil-Galad viene diminuito nella dignità del suo ruolo*, nel momento in cui il suo essere “Alto Re degli Elfi”, implica, secondo una stereotipizzazione “hollywoodiana” del suo personaggio, che ha autorità e comando ma non il carisma sufficiente a parlare a braccio, e deve farsi scrivere i discorsi dall’”Araldo Elrond”.
Ecco, da questa veloce analisi si può già notare lo squilibrio di cui parlavo: qui non si dà il caso di personaggi assimilati da altri, in una sorta di filosofia "conservativa", ma di personaggi che, per dare risalto ad alcuni caratteri, sono costretti a sminuire le qualità di altri personaggi (soprattutto il triangolo Gil-Galad/Elrond/Galadriel; fortunatamente Elrond si ristabilisce nel rapporto con i Nani, e il POV di Elrond e questi ultimi è una delle cose più divertenti e gustose di ciò che si è visto finora, a mio parere), in una filosofia direi "dispersiva". Alla fine ciascuno dei personaggi è esaltato in certi aspetti e svilito in altri, sempre a discapito di un altro personaggio, in un circolo vizioso.
*Tra l’altro, apprendo in questi giorni, smanettando nelle wiki, che Gil-Galad (che io ho sempre ritenuto figlio di Fingon, come pubblicato nelle tabelle del Silmarillion), stando alle correzioni apportate da Tolkien nel Legendarium negli scritti più tardi, è in realtà figlio di Orodreth, e quindi NIPOTE DI GALADRIEL! Questo almeno, sostiene Christopher in qualche nota nella HoME, è stata “l’ultima parola che Tolkien ha scritto su questo argomento”. Niente di che, si tratta solo di un dettaglio, ma non fa che aumentare la mia impressione su quanto superficiale sia stata la ricerca di questi sceneggiatori, e su come il personaggio di Galadriel sia stato “sottodimensionato”, sotto molti punti di vista, non ultimo direi quello “generazionale”. Dato che Galadriel appartiene alla terza generazione di Elfi IN ASSOLUTO nella storia di Arda, essendo figlia di Finarfin figlio di Finwë, risvegliatosi a Cuivienen. Ai tempi della Seconda Era era già una saggia venerabile, probabilmente “l’erede spirituale” di Melian rimasta nella Terra di Mezzo. È zia di Gil-Galad. All’inizio della Terza Era sposerà la figlia Celebrìan a Sire Elrond (che quindi è suo genero). Ha avuto regni nel Lindon (governava il Lindon del Sud mentre Gil-Galad quello del Nord, secoli prima degli eventi della serie), sul Lago Nenuial, dove poi i Numenoreani avrebbero fondato Annùminas capitale di Arnor, a Dol Amroth e infine a Lothlorien. È stata indubbiamente una delle più fiere e coriacee avversarie di Sauron nell’arco di ben due ere. Eppure qui sembra una giovane Elfa ribelle e scalmanata (e irrispettosa e incontrollata e priva di senso delle priorità e impulsiva e a volte folle, come folle è il gesto di buttarsi nell’oceano, presumibilmente a molte centinaia di leghe [e qualche mese di viaggio in nave] dalla costa, ma questo lo addebito più a un worldbuilding ipersemplificato e insensato che a un ennesimo difetto di caratterizzazione del suo personaggio).
Inoltre la sua dolcissima storia con Celeborn, e alcune delle vicende citate, sono raccolte nei Racconti Incompiuti, proprio nella sezione dedicata alla Seconda Era. (Altro pezzo di Legendarium che sarebbe stato vitale accaparrarsi per poter includere un sacco di dettagli importanti e belli da includere! Ringraziamo ancora una volta la gelosia verso la proprietà intellettuale e la Tolkien Estate…)
4). Ancora due parole su Galadriel. Questo personaggio nella serie deve evidentemente ricoprire il ruolo di irriducibile combattente (non ci sarebbe stata neanche male, se scritta meno con l’accetta! “Nerwen”, uno dei nomi di Galadriel, significa “fanciulla-uomo”, Tolkien nelle lettere specifica che da giovane Elfa di Valinor era una possente amazzone, e che primeggiava nelle competizioni sportive. “Galadriel” significa letteralmente “incoronata d’oro”, soprannome affibbiatole a simboleggiare il modo in cui acconciava i capelli biondi come l’oro in una sorta di ghirlanda intorno alla testa, quando doveva cimentarsi in prove fisiche. Mi dilungo su questo punto, su cui molti hanno insistito nelle scorse settimane, quasi a voler “giustificare” le scelte di caratterizzazione di questa serie (ma nella scrittura cinematografica, e nella scrittura creativa in generale, “motivare” è preferibile al “giustificare” a posteriori; creare conflitto e mostrarlo è preferibile al rimarcare costantemente che il personaggio sta vivendo un conflitto - in questo la serie è un esercizio pedestre che qualsiasi dei miei docenti di sceneggiatura avrebbe bocciato a occhi chiusi), non perché voglia sfatarlo, anzi.
È vero, e mi sarebbe piaciuto vedere una Galadriel più giovane e combattiva rispetto alla Galadriel del SdA (ma come abbiamo detto, già antica, potente e venerabile). Non una che si sporca le mani, ma una la cui parola può smuovere le coscienze di un intero popolo. (Ora, provocatoriamente, mi chiedo: non sarebbe stato un esempio maggiormente riuscito di “woman empowerment”? Lascio ai posteri l’ardua sentenza). Una Galadriel ancora addolorata per la Guerra dei Silmaril, per le lotte fratricide che hanno segnato per sempre la storia del suo casato, per la dispersione e la decimazione degli Elfi Noldor, che ormai sono in minoranza nella Terra di Mezzo, essendo tornati ad Aman tutti coloro che hanno voluto farlo, stanchi del mondo - almeno tutti coloro a cui i Valar avevano revocato il bando. Così non fu per Galadriel, resasi colpevole di “ignavia” nei confronti del cugino Fëanor e dei suoi atti scellerati. I Valar le avrebbero concesso di tornare al termine della Terza Era, dopo che ella si fosse adoperata per contribuire alla definitiva sconfitta di Sauron, e avendo anche resistito alla tentazione dell’Unico, offertole da Frodo.
Galadriel intona un lamento, il celebre Namarië, nella Compagnia dell’Anello, un dolcissimo canto in cui esprime proprio questo dolore, questo desiderio malinconico e pieno di rimpianti, di fare ritorno ad Aman, a casa.
Assodato, con questo, che se Galadriel avesse avuto l’opportunità di tornare ad Aman prima del tempo che la vediamo restare in Middle-Earth non si sarebbe mai lasciata scappare questa occasione; ma possiamo solo ipotizzare, oltre all’impossibilità di farlo per timore del rifiuto dei Valar, quali emozioni contrastanti si siano affastellate e avvicendate nel suo cuore a riguardo, emozioni che non le avranno fatto discernere, per lunghi anni, se per lei fosse più desiderabile il partire o il restare: nostalgia; rimpianto per aver seguito Fëanor tanto tempo prima (e non esser rimasta con i genitori, tra l’altro), un po’ per brama di potere un po’ perché infiammata dai discorsi dello “zio” sul destino dei Noldor di sconfiggere il Nemico e recuperare la luce degli Alberi di cui restava unica traccia in Arda l’ultimo barlume nei Silmaril; stanchezza della Terra di Mezzo, funestata per tre ere da conflitti, ascese e cadute, signori oscuri che si sono avvicendati… e dall’altro lato la vergogna per aver meritato il bando dei Valar e il timore del loro giudizio; l’affetto sviluppato per Celeborn e la sua gente, e per tutti gli Elfi Sindar (Nandor, Galathrim, etc.); l’amore per la Terra di Mezzo, dove ha finalmente trovato posti pacifici in cui costituire il regno tanto desiderato. Insomma, non è così scontato dirimere il carattere di questo affascinante personaggio. E per questo motivo sarebbe stato bello vedere una Galadriel cinematografica con una caratterizzazione profonda e complessa, con fatal flaw, desire, need, posta in gioco, e tutti quegli elementi di costruzione del personaggio che studiamo quando scriviamo le storie al cinema.
Di certo non desideravamo (e, almeno personalmente, neanche mi aspettavo!) una Galadriel ossessionata e monodimensionale.
Cercando di tirare le somme, Galadriel rappresenta di certo una delle entità alle quali Sauron era più inviso, ma all’epoca della creazione degli Anelli, e nel tempo immediatamente precedente, occupava nello scontro contro il Maia un ruolo piuttosto periferico rispetto a Gil-Galad ed Elrond. Come fare allora per renderla protagonista, se questa era la commissione della serie? Anziché mostrarcela nel Forodwaith a perdere tempo, avrebbero potuto mostrarcela nello svolgimento della sua attività di regnante, probabilmente l’unica che percepiva la presenza di Sauron a distanza, questo sì, (MA NON L’UNICA CONSCIA DI UN EVENTUALE PERICOLO CONSEGUENTE DAL SUO RITORNO - questo cliché di Galadriel/Cassandra non solo indebolisce tutti gli altri personaggi Elfi, ma allunga il brodo, annoia e sa di già visto, in una maniera oltremodo frustrante e fastidiosa, anche per chi non conoscesse Tolkien: anche lo spettatore meno scafato sa che Sauron comunque tornerà - è il villain del SdA! - e quindi la tensione narrativa risulta completamente evaporata) e che pertanto FONDA insieme a Celeborn e Celebrimbor il Regno dell’Eregion (sì è lei che lo fonda; siamo nel 750 SE, bastava far partire il racconto un po’ più indietro, e, pur con qualsiasi espediente di compressione temporale, dare l’idea del tempo che passava, se necessario).
Questo l’avrebbe immancabilmente posta nel luogo nevralgico degli eventi da cui la serie prende il nome (e non escludo che sarà così), avrebbe dato lustro e interesse al personaggio, non si sarebbe scostato di un millimetro da Tolkien e dalla caratterizzazione da lui desiderata per la Dama elfica, e avrebbe anche creato un personaggio regale e bad-ass al tempo stesso.
A dimostrazione di quanto dico, riporto un passaggio dalla wiki Tolkien Gateway, alla pagina dedicata a Galadriel.
Le fonti sono, ovviamente, le Appendici (e le abbiamo!), e per il prosieguo della storia la Storia di Galadriel e Celeborn presente negli Unfinished Tales, ma non contiene niente di fondamentale da trasporre, giuro:
Circa the year 500, Sauron began to stir in Middle-earth again, but his name was not known. He was, however, perceived by Galadriel, who noticed there was a controlling evil, and that it was spreading above the world, coming from the East beyond the Misty Mountains. She also thought this 'residue of evil' could only be fought with an alliance of all its enemies. Therefore, she and Celeborn moved eastwards and established the realm of Eregion near Khazad-dûm.
5). Riflessione doverosa sulla “Chiamata” che ogni Elfo sente quando giunge il suo momento di andare al Reame Beato. Penso sia uno degli svarioni più imbarazzanti - sempre parlando dal punto di vista dei contenuti prettamente “tolkieniani” - che la serie abbia fino a questo momento messo in campo.
Questo viaggio ha sempre avuto un significato spirituale e individuale. È questo il motivo per cui Cìrdan in due ere si è fatto carico di “spedire” gli Elfi che lo desiderassero a Valinor. La serie invece suggerisce che questo viaggio sia qualcosa decretato per meriti guerreschi o comunque deciso a livello politico/istituzionale. Ma non potrebbe esistere una figura abbastanza autorevole da decidere per altri Elfi, di certo non il Re, che non va inteso, come alcuni re umani, con potere di vita e di morte sui propri sudditi, ma più come una guida, o al limite come un condottiero.
Insomma mi è sembrato uno scivolone e basta, che ha confuso molti di noi, e ha dato un’informazione fuorviante ed erronea a chi non abbia letto i romanzi.
Può sembrare una sottigliezza, ma mantenere intatto il significato di Valinor per gli Elfi è l’unico modo per non cannare tutte le loro caratterizzazioni: se una cosa del genere è su base di merito perché la società degli Elfi non si è ancora trasformata in un guazzabuglio di arrivisti bellici? È un dettaglio che sposta molte cose in maniera subdola, deformando non poco il senso degli Elfi in Tolkien, e rimuovendo tutta la poesia del loro destino, del loro essere legati al mondo.
Se tutto questo diventa solo un “viaggio premio”, allora chiudiamo tutto e facciamo prima!
Questo succede quando un worldbuilding attentamente congegnato viene forzato, e si prova a semplificarlo e a storpiarlo (quasi sempre per motivi che esulano dalla buona riuscita di un buon racconto - mi torna in mente la lettera piuttosto astiosa di Tolkien quando rispondeva ai tentativi di un certo Zimmerman di compendiare la trama del SdA in una trama per una trasposizione cinematografica di animazione, lettera molto spassosa se non si empatizza troppo col povero sceneggiatore americano!).
Alla fine ci si ritrova che la toppa è peggio del buco. Inevitabilmente, aggiungerei.
Ed è questo, SOLO QUESTO, il motivo per cui toccare Tolkien risulta così rischioso è complicato: proprio perché per raggiungere certe soluzioni lui ci ha messo un’intera vita di scritti, ripensamenti e correzioni; come si può pretendere di fare altrettanto, o addirittura meglio, nel limitato tempo a disposizione di chi deve redigere una sceneggiatura per il grande pubblico? Difficile spostare qualcosa di questa costruzione senza produrre catastrofi. Difficile ma non impossibile. E ho già proposto esempi (se ne potrebbero fare altri) dalla trilogia di Jackson su come loro ci siano riusciti in maniera quasi sempre brillante.
Aggiungo un corollario sulla scena della nave che sta per arrivare a Valinor.
Pare evidente che gli autori della serie abbiano voluto (ancora una volta! Ma non so quanto consapevolmente) anticipare alcuni elementi di costruzione del mondo che arriveranno solo nella Terza Era, o comunque da dopo l’Akallabeth.
Infatti la scena con la nave che solca il mare, e a un certo punto le nubi fosche si separano e mostrano la via luminosa che conduce al Reame Beato, sembrano suggerire che la nave stia per avviarsi in un piano d’esistenza superiore, ovvero che stia per imboccare la c.d. “Straight Way”, la “Strada Diritta”, quella Via che coloro destinati a lasciare la Terra di Mezzo avrebbero cominciato a percorrere da dopo la Caduta di Numenor e lo sconvolgimento di Arda - che in quell’occasione passa da essere un mondo piatto a essere un mondo sferico.
Con questo sconvolgimento infatti Valinor e Tol Eressea vengono “strappate” dal mondo dove noi viviamo, e confinate in una sorta di piano trascendente (in realtà, a giudicare dalle mappe dell’Ambarkanta presenti nella History, finiscono nello stesso “strato atmosferico” delle stelle, Ilmen, ma sì, in definitiva assurgono a un livello di esistenza letteralmente ultraterreno, come del resto in molte mitologie nord-europee, come ad esempio Avalon per il ciclo bretone o il Valhalla).
In questo modo Aman si troverà sempre al di fuori della portata di coloro a cui non è concesso di dimorarvi. E al riparo dal male che sempre, in un modo o nell’altro, si annida nei cuori degli uomini mortali.
Questo fu fatto proprio in seguito all’attacco della flotta Numenoreana di Ar-Pharazôn.
La cosiddetta “Dark Land” (così citata in una mappa di Tolkien, mai rilevante per le vicende raccontate nelle sue storie) a est probabilmente andò a occupare in parte lo stesso spazio prima occupato dalla Terra del Sole, all’estremo est, dove si trovava la montagna Kalormë, seconda montagna più alta del mondo dopo Taniquetil, ma queste sono più che altro speculazioni geografiche che hanno poco a che vedere con il nostro discorso.
Il punto è che, ancora una volta, come dicevo, Seconda e Terza Era vengono confuse, a causa di elementi del mondo divenuti iconici per la loro presenza nel SdA, e per questo maggiormente riconoscibili dal pubblico. Così come per l’aspetto di Sauron, come per il mistero della sua scomparsa, (come per gli Hobbit, anche se quest’ultima cosa è meno grave, ed è ragionevole immaginare che dei Proto-Hobbit potessero essersi già evoluti durante la Seconda Era, e vivere nelle Terre Selvagge del Rhovanion, nonostante le prime tracce dei “Periannath”, così come ci arrivano dalle cronache umane, risalgano appunto al 1050 della Terza Era), così anche la Via Diritta, la quale, siccome divenuta celebre per il finale del SdA, quando la nave su cui si trova Frodo la percorre e giunge a Valinor, è stata inserita in questa serie più per cercare un richiamo estetico e concettuale a ciò che è già conosciuto presso il grande pubblico, che per uno studio o un’attenzione rivolta a questa specifica questione.
E di questo mi dispiace, perché dimostra l’ennesima superficialità, confonde gli spettatori e si adagia sull’ennesimo cliché (il portale che separa piani diversi, tipicamente il mondo dei vivi e quello dei morti, ma anche sottili varianti di questi due come in questo caso).
[Oltretutto si presenta un problema pratico, per il prosieguo della vicenda: quando Ar-Pharazôn dovrà rivolgere la sua flotta contro Valinor come questo gli sarà reso possibile se la via è già preclusa? se Valinor stessa è già fuori della portata di qualsiasi nave normale? Sono molto curioso di vedere come risolveranno questa questione.]
La cosa che mi dispiace ancora di più è immaginarmi che vi potrebbero essere alcuni che pareranno questa scelta, fingendo di credere che quelle nubi simboleggino i Mari Ombrosi, in cui sono immerse le Isole Incantate e attraverso i quali giacciono tutti i sentieri contorti che consentirebbero a un viaggiatore della Prima e della Seconda Era di viaggiare CONCRETAMENTE da Middle-Earth ad Aman, ovvero lo scenario che in questa regione si presenta in seguito all’Occultamento di Valinor da parte dei Valar, che presero misure di protezione del Reame Beato come Melkor distrusse gli Alberi e fuggì con i Silmaril (Ottenebramento di Valinor).
Questa interpretazione può sembrare contorta, e lo è. È anche in mala fede, ho scritto apposta “fingere di credere”: mi dispiace ma è così, e questo atteggiamento dipende, a mio parere, dalla negazione post-traumatica (comprensibilissima, ma che non giustifico) di vedere infrante le proprie aspettative su una serie che sulla carta doveva essere la cosa più tolkieniana mai vista sullo schermo e invece sconfessa molto grossolanamente concetti personaggi e ambientazioni estremamente cari agli appassionati del Legendarium.
È solo un esempio del “bipensiero” che già da questi primi giorni sto vedendo adottare da molti commentatori, i quali, non capisco per quale istinto fanboystico di difesa del prodotto (che per un fanboy diventa in effetti autoconservazione) si sentono obbligati a dimostrare costantemente la bontà tolkieniana di ogni singola scelta o micro-citazione (presunta) presa da questa serie.
Magari per giustificare il grande dispendio di tempo ed energie, durante l’"hype” dell’attesa prima della messa in onda della serie, trascorso ad analizzare frame by frame ogni singolo fotogramma rilasciato per la promozione del prodotto, spesso sperticandosi in fantasiose ricostruzioni sulle più recondite informazioni e i più astrusi riferimenti alle opere del Professore che secondo loro si celavano, a un attento sguardo di esperto, nelle poche immagini disponibili.
Queste persone non fanno altro che mentire a se stesse e agli altri.
Prima si renderanno conto che né la loro credibilità né la loro felicità dipendono dalla bellezza di questa serie, prima riusciranno a vederla con occhi distaccati e scevri da condizionamenti e aspettative, e in fin dei conti a godersela per quello che è realmente, senza cercarvi a tutti i costi qualcosa che non vi è contenuta (che poi è ciò che fanno anche coloro che la criticano a prescindere).
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| Temo che ormai non avremo mai più un adattamento del Silmarillion, ahimè. |
Spero di star dimostrando, con questa mia disamina, che delle critiche non tendenziose puntano ANCHE a cercare delle possibili soluzioni a problemi (in cui la serie ormai è incappata, ma che ci offrono utili spunti di riflessione sulle differenze di linguaggio tra letteratura e cinema) e a far questo in modo che il significato che ciascuno di noi ricerca in un’opera derivata di questo tipo sia il più possibile preservato.
Ora, sia chiaro che il dovere di un critico non dovrebbe spingersi a tanto: è compito esclusivo dell’artista (in questo caso dello sceneggiatore televisivo, di chi ha adattato dei testi preesistenti a un testo adatto a un medium differente) cercare di sbrogliare la matassa e individuare la maniera migliore di presentare la propria storia al pubblico.
Se mi sto cimentando in questo esercizio, lo faccio esclusivamente nella doppia veste di appassionato dell’opera di Tolkien e di studioso e professionista del linguaggio cinematografico.
6). Ultimo punto, per il momento, solo per ricordarmi di citare l’uscita infelice di Medhor (compagno di Arondir) sulle tragedie a cui hanno condotto le due relazioni interrazziali Elfo-umane della storia di Arda.
Non so… possiamo considerare tragica la storia individuale di Beren e Luthien, ma in realtà raggiunge un lieto fine, anche se malinconico e temporaneo; e tuttavia la loro legacy va a intrecciarsi con l’altra storia d’amore in questione, ovvero Idril e Tuor, e a produrre l’unione salvifica della fine Prima Era di Arda: Eärendil ed Elwing.
Se non fosse stato per l’unione di Idril Celebrindal e Tuor figlio di Huor (lo stesso Tuor fa a Re Turgon una profezia sulla “stella” che nascerà da loro due e che salverà gli abitanti della Terra di Mezzo dalle grinfie di Melkor), non sarebbe nato quello che è a tutti gli effetti il salvatore della Terra di Mezzo: Eärendil, che appunto diventerà la Stella del Vespro, simbolo carissimo agli Eldar, simulacro della luce sacra dei Silmaril e ricordo della sconfitta del Nemico, per abbattere il quale perorò la causa di Elfi e Uomini del Beleriand presso i Valar, smuovendo così il loro intervento e decretando l’Inizio della Guerra d’Ira.
Insomma come tragedia mi sembra mica male.
Al punto che mi viene da dire: Medhor… ma che minchia stai dicendo?!
Scherzi a parte: è una di quelle frasi che percepisco chiaramente come dettate più dall’intento di percorrere un cliché (l’amore proibito e nocivo, à la Romeo e Giulietta) che non l’intenzione di raccontare le cose come stanno (e raccontare dunque una storia nettamente più bella e originale, ma questo probabilmente ricade nel gusto soggettivo).
Qui i diritti non c’entrano niente, questa è solo gratuita pigrizia e odiosa accondiscendenza verso lo stereotipo, quasi a voler compiacere gli spettatori, a volerli far sentire al sicuro in una “comfort zone”, in una situazione narrativa abusata e banale.
E mi duole dire che è un po’ tutto così.
***
In ultimo vorrei chiudere con una breve riflessione.
Si può mostrare amore e passione per una storia attraverso le critiche molto più che attraverso un'acritica adesione.
Io farò ancora "il tifo" per questa serie, nonostante una delusione iniziale che non posso far finta di non aver provato.
Delusione dettata dall'aver percepito immediatamente un sapore di convenzionalità ed eccessivo adagiarsi su soluzioni stereotipate e a volte insopportabilmente vittima di cliché narrativi stra-abusati.
Delusione dettata dall'aver incontrato tutto questo in luogo di storie che, nella loro semplicità (semplicità di plot unita a complessità di ambientazione, binomio di grande efficacia che è un po' la cifra stilistica del Professore), hanno molti elementi di originalità e sagacia.
Delusione, infine, puramente come fruitore di prodotti audiovisivi e appassionato di cinema, di essermi reso conto che tutto ciò evidentemente viene offerto al pubblico (un pubblico ricercatamente più ampio possibile) da una delle serie più spettacolari e magniloquenti che la storia della televisione abbia mai visto, eppure anche una serie che, rispetto al favoloso budget e alla favolosa estetica, non sembra finora attenta a proporre una scrittura stimolante come invece tanti altri prodotti della serialità televisiva d'autore di epoca contemporanea ci hanno abituato a ricercare.
Ciononostante, dicevo, farò ancora il tifo per questa serie, non per partito preso o per indulgenza da persona interessata al soggetto, ma perché rispetto tantissimo il lavoro di chi vi ha preso parte. E troverei intellettualmente disonesto non dar loro una chance di raccontare la loro versione della Terra di Mezzo. Spero che questa fiducia sarà ripagata, perché chi ama Tolkien e la sua creazione possa riconoscervi la bellezza che questa nuova messa in scena del mondo di Arda merita di far risplendere.
Giorgio Todesco












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