mercoledì 28 settembre 2022

"Il Signore degli Anelli - Gli Anelli del Potere"

Riflessioni Sparse - Parte 1.5: Olòrin, gli Harfoots, gli Elfi Oscuri. Ovvero come ci si può confondere leggendo senza aver letto.





So che avevo detto che non avrei più scritto prima del termine della prima stagione, ma mi permetto di lasciare qui questo piccolo "speciale". Più che altro una riflessione sui rischi di una cultura mediata dall'informazione, anzi dalla micro-informazione parcellizzata e "di consumo" cui ci ha abituati l'era social, attraverso gli innumerevoli siti "specializzati" che trattano in un modo o nell'altro di cinema, letteratura, cultura nerd. E che sembrano oggi costituirsi vademecum per chi volesse sapere su un argomento senza approfondirlo in prima persona, ma aspettando dal redattore che al posto suo ha studiato e approfondito (si spera! almeno lui; eppure c'è tanta gente che scrive e ne sa meno di chi legge, come è tipico in Italia) una sinossi preconfezionata e di facile utilizzo.



È la cultura del trafiletto (neanche della wiki, magari!), del "Tutto quello che vi serve sapere per seguire *serie tv a scelta*". Da quanti di questi articoli super-effimeri siamo bombardati ogni giorno? È una "metastasi magazine" per la quale sembra esserci una costante e crescente domanda, al punto che le web magazines assumono persone che svolgano esclusivamente questo compito.

Perciò vi lascio qui di seguito tre esempi (da un campionario molto più vasto) di scambi online causati dai rischi in cui può incappare chi si confonde leggendo, senza aver letto.




"Ma non è Gandalf! È Olòrin! Ignorante!"

Si dà il caso che Gandalf sia Olòrin.



"Si sono dovuti inventare questa cosa nuova! Non potevano usare gli Hobbit perché ancora non esistevano e hanno cacciato fuori questi "Harfoots"!"

Si dà il caso che gli Harfoots siano Hobbit.



"Gli Elfi Oscuri non esistono in Tolkien!"
"Ti dico di sì! Eöl era un Elfo Oscuro!"
"Ok ma mica c'è scritto che era nErO!"
"Sei un razzista!"

No comment.



Ok, ma cosa significa tutto questo?

Cosa significa quando, per diradare la foschia delle perplessità in un pubblico di massa su un'opera mitopoietica così complessa come quella di Tolkien, dato che la serie non si accolla questo compito, tocca a MIRIADI di articoli su testate nerd online di fare "informazione su Arda", spesso con superficialità e sempre con risultati disastrosi?

Ma soprattutto: perché è necessario farlo? La gente non può semplicemente leggere i libri e provare a capirci qualcosa da sola? Eppure evidentemente, anche quelli che lo hanno fatto hanno grande confusione nel discernere concetti, situazioni, a volte persino personaggi. Dunque leggere i libri non basta? Serve davvero una "guida" per districarsi in questo mondo?


E poi magari ti ritrovi conversazioni piene di "io da non lettore, so che la Seconda Era è solo una montagna di appunti disordinati e nOn cANoNicI, quindi che altro potevano fare se non inventare roba e rIEmPirE i bUchI? Ma certo che siete proprio dei puristi a lamentarvi!1!!1"

Oppure "Se ti devi lamentare così tanto, non guardare la serie, risolto!"

che sarebbe una variante di "Tanto i libri sono sempre là!" (sottinteso "Io non li leggerò mai, perché mi pesa il culo, ma se tu proprio sei una persona così noiosa, invece di sorbirti gli ultimi articoli acchiappa-clic di LaScimmiaPensa o di Everyeye, potresti leggerteli ed esser contento, e non rompere le uova nel paniere a noi, felicemente ignoranti e decisi a continuare a non leggere nulla, ma imbestialirci se qualcuno dei lettori avanza timidamente la critica che ormai questa serie con Tolkien ha poco a che spartire. COME SI PERMETTONO? Ma non lo sanno che questo è CINEMA? Che le trasposizioni devono avere regole diverse per adattarsi al nuovo medium e che adattare non significa copiaincollare, non funzionerebbe? Certo che siete proprio dei puristi ottusi, non capite niente!")




Ok forse mi sono lasciato trascinare dalla parte (con qualche licenza), ma credo sia utile a tracciare un profilo di utente tipico.


La mia più grande fonte di tristezza è l'aver realizzato che nel momento in cui si rendono necessari i succitati articoli, nel momento in cui Tolkien ha bisogno di essere "spiegato" da un redattore esterno, di essere riassunto, di essere frullato e omogeneizzato perché i suoi concetti possano essere accessibili anche a lettori distratti, spettatori non-lettori incalliti, analfabeti funzionali, beh quello è anche il momento in cui accettiamo che la cultura sia un fatto MEDIATO e non più IMMEDIATO.

È anche il momento in cui accettiamo che la nota a piè di pagina del discorso online, la "vulgata" fluida e involgarita di un testo, che si ricristallizza e si sfalda all'infinito, dopo aver finito di banalizzarlo, diventa sostitutiva (di fatto, almeno per una maggioranza di lettori o potenziali lettori) del testo stesso.



Ed ecco da dove arrivano tutte le querelles sul razzismo.

E da dove, in ultima analisi, mutatis mutandis (ovvero senza i social, ma con gli editoriali dei giornali politici degli anni 70/80), arriva la cialtronesca ricezione critica e storica travisazione di Tolkien in Italia come autore reazionario conservatore maschilista e manicheo. Ma de hoc satis. (Sugli Elfi Oscuri scriverò un articolo in futuro, se avrò voglia).



"Olòrin the Maia" - Artwork di Annie Claudine

Ecco da dove, più modestamente, arrivano i qui pro quo su Gandalf, che, manco fosse un bizzarro gatto di Schrödinger, è Olòrin, ma è anche un personaggio diverso. E quindi il "meteorman" "secondo me è Gandalf..." "No secondo me invece è Olòrin", in un cortocircuito logico che potrebbe essere risolto leggendo un singolo capoverso dei Racconti Incompiuti (Parte IV, Cap. II, "Gli Istari"), dove si riporta sia la famosa frase pronunciata da Gandalf (nelle Due Torri) sulla moltitudine di nomi con i quali è conosciuto tra i Popoli della Terra di Mezzo:

"Many are my names in many countries," he said. "Mithrandir among the Elves, Tharkûn to the Dwarves; Olórin I was in my youth in the West that is forgotten, in the South Incánus, in the North Gandalf; to the East I go not." (TT, IV, 5)

sia l'etimo e l'origine di ciascuno di questi nomi, compreso Olòrin. Nome altoelfico che sarebbe legato alla sfera etimologica del sogno ("olor" sogno – "olo-s" visione, fantasia), ma "non con riferimento a (gran parte dei) «sogni» umani, e certamente non ai sogni fatti in sonno" (Unfinished, ibidem). Insomma si potrebbe tradurre, con un certo livello di libera interpretazione, considerando anche la descrizione che di Olòrin viene fatta nel Silmarillion (Valaquenta), con "figlio dei sogni" [> Olòrion], "sognatore" o meglio ancora "ispiratore di sogni, di visioni".
Cito ancora dagli Unfinished: "Per gli Eldar, era implicito in essa [nella parola "olor"] il vivido contenuto sia della loro memoria che della loro immaginazione: il termine alludeva infatti alla chiara visione, dentro la mente, di cose non fisicamente presenti alla condizione corporea; non però soltanto a un'idea, bensì a tutte le forme e particolari di cui si rivestiva."
Insomma, tutto questo discorso per dire che Olòrin è solo il "vero nome" di Gandalf, che qualunque altro nome non è che un soprannome, in ultima analisi, che "di Olòrin non sapremo mai più di quanto egli abbia rivelato come Gandalf" (sempre Unfinished, ibidem), che chi cerca di distinguere i due personaggi per fare il figo fa solo un grossolano errore, e contribuisce a confondere le acque ancor di più di quanto non faccia la serie (che, come ho già argomentato in un mio articolo precedente, se l'ipotesi che lo Straniero sia Gandalf, ha creato un bel pastrocchio, come anche il passo degli Unfinished confermerebbe poco più avanti).



"Hobbit comparison" - Artwork di Lidia Postma
Ecco da dove arriva, con modalità simili, la questione degli Hobbit (o dei proto-Hobbit): se la serie in primis non nomina mai gli Hobbit (pur avendone il diritto), quasi a voler far finta che questa sia una razza simile, per fan service, ma completamente distinta; e ancora: se nessuna testata, quando parla del POV di Nori, Poppy e del Meteorman, li definisce mai HOBBIT, neanche per sbaglio; pian pianino passa l'idea che questi Harfoots non siano affatto Hobbit. E che anzi se li chiami Hobbit sei un casul, un ultimo arrivato, probabilmente hai visto solo i vecchi film e ti credi un tolkieniano (sto parafrasando).
Quando invece gli Harfoots sono eccome Hobbit. Frodo, Sam erano almeno all'80% di "sangue Harfoot" ("Pelopiede" in italiano), e Merry e Pipino solo un po' di meno, con un po' di "sangue Fallohide" ("Paloide" in italiano). 

Tolkien stesso avrebbe potuto, volendo, stabilire DA QUANDO la parola Hobbit fu attestata unanimemente da tutti i Mezzuomini (andando a memoria, nelle Lettere discetta a lungo sulla storia esterna del nome "Hobbit" ma non su quella interna, ma potrei sbagliarmi) ma resta il fatto che perfino nella seconda era li si può chiamare Hobbit senza timore di risultare sciocchi.
Al massimo una variante arcaica, così come è attestato "Holbytlan" (lett. "scava-buchi") al tempo in cui gli Hobbit intrattenevano ancora rapporti con gli Uomini del Nord, gli Éothéod (futuri Rohirrim).
La parola "Harfoot" è attestata molte volte nel SdA, tra prologo e Appendici. Chi dunque fa questa confusione madornale non ha neanche letto attentamente il Prologo del SdA!

È carino immaginare che una tribù di Pelopiedi, ancora nelle nebbie del passato remoto della Seconda Era, fosse nomade e si sia allontanata da altri gruppi stanziali (magari scava-buchi, appunto), non c'è niente di male a integrare Tolkien COSÌ, soprattutto immaginandoci che gli Hobbit avranno ben avuto un processo evolutivo, ancora prima di stabilirsi presso il Gaggiolo, ancora prima di essere menzionati per la prima volta nelle storie degli Uomini, sotto il nome di "Periannath", "Mezzuomini", saranno pur spuntati fuori da qualche parte, probabilmente staccatisi da una genia umana, magari di uomini bassi perché incrociati tra razze spurie (non Edain), oppure semplicemente dei pigmei comparsi in un luogo diverso da Hildorien, lontano da quegli uomini che un'era dopo sarebbero diventate le tre casate di cui vediamo le gesta nel Silmarillion.
Il mondo di Tolkien è talmente vasto che, con un minimo di intelligenza, puoi riuscire a conciliare tronconi di storia originali con le storie già presenti.

Questo argomento, utilizzato di solito per difendere A PRESCINDERE la serie, è un argomento reale. Il punto, come sempre, è il come...




Giorgio Todesco

domenica 25 settembre 2022

Lillipuziani e Blefuschiani del Cinema Contemporaneo:

troppo mainstream o troppo poco mainstream? [riflessioni della notte tra il 4 e il 5 settembre 2022]



[Disclaimer: ancora più del solito, questo breve articolo è una bozza e un work in progress. L'argomento richiederebbe una trattazione molto più elaborata, e mi riservo di farlo in futuro. Possiamo dire sia stato stimolato, come tutte le mie ultime riflessioni sulla critica cinematografica, dall'osservazione di una ricezione critica squilibrata di prodotti molto diversi tra loro. Gli esempi più "di attualità" e più vicini al mio punto di osservazione sono stati in questo caso Crimes of the future di David Cronenberg e la serie tv The Rings of Power di Patrick McKay e J.D. Payne. Inutile istituire un confronto tra opere così diverse, che insistono su pubblici diametralmente opposti, e stressano, per la loro stessa rispettiva natura di opere produttivamente e commercialmente così diverse, concetti e idee di cinema così inconciliabili. Ho ritenuto più utile pormi delle domande più universali, riflettendo su come la nostra percezione di spettatori è cambiata nel corso dei decenni, relativamente al nostro essere consumatori oltre che spettatori. Beninteso che essere consumatori sia inteso senza alcuna accezione stigmatizzante; essere consumatori impone che lo si sia in maniera consapevole e critica. Nel valutare il significato di un film si può benissimo (e si deve, se lo si vuole iscrivere nel novero delle opere d'arte universali) prescindere dalle circostanze contingenti della sua realizzazione; ma allora perché schierarsi contro i film poveri e a favore dei film ricchi? Siamo così fuori dalla realtà? L'articolo che segue non è stato corretto o revisionato dopo la sua stesura, e quindi soffre di quella scrittura di getto delle cose scritte in viaggio durante una notte insonne. Chiedo venia.]


Da quando è costume vantarsi di un budget esorbitante?

Cinema e serialità televisiva affrontano mediamente costi più alti che in passato, anche facendo le dovute proporzioni con l’inflazione etc.

Oggi molti più film (in termini puramente numerici assoluti) vengono prodotti, e moltissimi di questi sono indipendenti, data la facilità incomparabilmente maggiore di realizzare tecnicamente un film (anche da “dilettanti”, volendo) rispetto al passato.

Pertanto sono molti di più i film a basso costo che quelli costosi prodotti dall’ "establishment", per così dire.

Forse è per questo che “basso budget” è negli ultimi decenni diventato quasi sinonimo di amatoriale, più ancora che nel passato.

Eppure non riesco a spiegarmi fino in fondo perché avverto sempre più spesso quasi un astio nei confronti di quei cineasti che con scarsi mezzi (magari arrischiando coproduzioni internazionali improbabili, tipicamente dopo aver affrontato molti rifiuti da parte delle major) riescono a portare a casa un risultato.

O comunque non avverto più l’ammirazione che un tempo gli sarebbe stata dedicata, e che oggi viene riservata invece a chi riesce a mettere su produzioni opulente, confondendo forse le professionalità del cinema, produttiva e registica - confusione emblematica - e scambiando per meriti artistici del film quelli che sono in effetti prerogative e caratteristiche meramente funzionali.

Un tempo, se non vado errato, (e chiedo scusa per la semplificazione eccessiva, ma facciamo finta che si tratti di un esperimento mentale atto a provare un punto), a parità di risultato o comunque di dignità artistica di un’opera, ci si sarebbe vantati di un budget basso, non di un budget alto.

Proprio perché minori risorse ti costringono ad una maggiore oculatezza, e questa spesse volte si traduce in maggior mestiere, maggior espediente, sperimentazione, acume e a volte sfruttamento dello specifico del mezzo filmico per superare difficoltà e limitazioni; laddove un budget elevato non ti costringe a questi virtuosismi, in effetti non ti costringe a niente se non al rispetto della tua professionalità.


Invece pare che oggi avere pochi soldi per fare un film sia un’onta vergognosa, qualcosa che i critici ti fanno pagare caro, quasi ti mettono un voto in meno (vd. Il commento acido di Francesco Alò all’ultimo Cronenberg), e averne tanti per contro sia un cospicuo valore aggiunto, una dimostrazione preliminare della qualità dell’opera, un fattore che dovrebbe portarci pregiudizialmente a nutrire una maggiore fiducia verso quel film o quella serie, perché se HA MERITATO quel budget allora vuol dire che meriterà anche successo e consensi.

Questa logica sembra far parte di una linea di pensiero più generale, oggi molto in voga, ovvero quella di spregiare l’insuccesso e premiare (e idolatrare, osannare, sbavare sopra) il successo.

Il successo è positivo e venerabile in quanto tale, non ha bisogno di conseguire dalla qualità o dall’impegno.

D’altro canto l’insuccesso e l’impopolarità costituiscono uno stigma già in partenza, ancora prima di accertarci del valore e del merito dell’opera in sé.

Oppure esiste l’estremo opposto, che si traduce nell’elitarismo portato all’eccesso, nel disprezzo di ogni mainstream per partito preso. Per questi orridi cinefili, (penso a molti utenti frequentatori della pagina FB di Fuori Orario), nella cui mutilata idea di cinema spero di non incappare mai, neanche quando mi sarò rincoglionito del tutto, il mainstream è sciagurato in quanto tale, anche quando è diventato “mainstream” solo perché giustamente molto conosciuto in quanto, magari, divenuto parte della storia del cinema per meriti intrinsechi; anche quando “mainstream” significa semplicemente che un film bello ha osato essere bello pur non essendo underground, ha elargito i doni della sua bellezza a un pubblico ampio, assottigliando così quello stacco tra chi si identifica nel cinema misconosciuto e si crogiola in questa sensazione di esclusività e chi invece, spettatore più “casual”, ha avuto accesso inusitato a un sublime capolavoro divenuto celeberrimo anche presso il pubblico dal palato meno fine - fino ad arrivare all’assurdità che anche ricordare positivamente Hitchcock o Kubrick costituisce peccato, perché il sublime da “canale generalista” offusca troppo spesso il sublime da MUBI.

[per chi fosse incerto sulla definizione di “purismo”, invece di usarla a caso, invito a uno studio antropologico su queste sottospecie di cinefili, basta cercarli e se ne trovano di diverse tipologie]

Questa dichiarazione implicita, orgogliosa e sprezzante, di appartenere a una nicchia, di non poter scendere a compromessi in nessun caso, si traduce in una totale adesione alla fede per l’astruso, in una predilezione per le convenzioni stilistiche dedicate ai pochi eletti che possano apprezzarle (o fingere di apprezzarle).

(Ciononstante convenzioni restano, anche quando sembrano sfuggire a qualsiasi convenzionalità formale. Rappresentano una convenzionalità sostanziale, di appartenenza).


Due opposti, ma pur sempre due assoluti dogmatici, pur sempre due a priori, pur sempre due identificazioni “fanboystiche” che in realtà cercano di nascondere il vuoto interiore e la mancanza di individualità autentica, pur sempre due visioni del mondo basate su intolleranza ed esclusione.

E in cui il significato del cinema, ciò che il cinema in ultima analisi dovrebbe rappresentare (in quanto crocevia di linguaggi e mestieri, frutto di perizia e arguzia, di espedienti economi laddove manchino i grandi capitali e i grandi budget; ma anche in quanto grande arte popolare, che come il grande teatro e la grande arte figurativa prima di lui ha avuto il merito di sfuggire tanto alle torri d’avorio quanto al palco di un becero varietà) si perde completamente.


Giorgio Todesco



venerdì 9 settembre 2022

“Il Signore degli Anelli - Gli Anelli del Potere”

Riflessioni sparse - Parte 1





Cari amici, come gli interessati già
sapranno, la settimana scorsa sono stati rilasciati i primi due episodi della serie tv di Prime Video (network di Amazon) “The Lord of the Rings - the Rings of Power”.


Inutile sarebbe un preambolo che contestualizzi le circostanze dell’uscita di questa serie-evento, già discussa e contestata da molti mesi prima della sua uscita.


Mi riservo in futuro di allegare una “parte 2” di questi miei ragionamenti, spero a serie conclusa (almeno la prima stagione), in cui tirare le somme e raccontare le mie impressioni più in generale e in maniera più sistematica, nonché introdurre la mia storia di lettore tolkieniano (e non solo), di appassionato e studioso del medium cinematografico, per spiegare e chiarire ancor meglio quali sono i passaggi che mi hanno portato a determinate conclusioni.


Questo blog non è nuovo ad argomenti di “attualità tolkieniana”, essendo l’opera del Professore Oxoniense una delle mie prime e più durature passioni letterarie. Ho già dedicato un paio di anni fa un articolo dettagliato (eppur incompleto) in cui analizzavo le mie impressioni sulla nuova traduzione italiana ufficiale del Signore degli Anelli, ad opera di Ottavio Fatica.


Questi articoli saranno per me da considerarsi sempre una sorta di work in progress: gli argomenti che ospito hanno risvolti articolati e difficilmente esauribili senza investirvi tempo e competenze che non sempre ho.


Proprio per questo, senza alcuna pretesa di esaustività, vorrei condividere con voi alcune riflessioni sparse in merito ai primi due episodi della serie Amazon, che mi sono state ispirate in questi giorni mentre ripercorrevo le Appendici del Signore degli Anelli, le quali, ricordiamolo, di tutta l’opera tolkieniana che faccia riferimento alla Seconda Era (setting della serie) sono l’unica base testuale effettiva (ovvero quella su cui gli autori hanno ereditato i diritti di sfruttamento commerciale per l’adattamento televisivo) di questo prodotto.

Il concept della serie è semplice, e come già detto, ritornerò in un pezzo ulteriore su un inquadramento generale di questo progetto e delle mie sensazioni non solo (o non tanto) in quanto lettore di Tolkien, ma direi soprattutto come fruitore di cinema e serie tv.


Per prima cosa vorrei fissare pochi punti che la visione di questi primi due episodi, unitamente a un “ripasso” del testo e a qualche riflessione scaturita anche dal confronto con alcuni utenti su internet, mi hanno ispirato.











Ovviamente, SPOILER ALERT.


Cominciamo:


1). Qual è il più grave problema di introdurre Gandalf nella Seconda Era? Ovviamente vedremo, nel corso delle prossime settimane, quale sarà il ruolo e la rilevanza di questo Gandalf della serie (non credo vi siano dubbi sulla sua identità, hanno praticamente fatto di tutto per suggerircelo, dal fatto che incontri per primi gli Hobbit, alla scena in cui parla con le lucciole, così come il Gandalf della trilogia di PJ comunicava con la falena per mandare un messaggio alle Aquile - quello che definirei un gratuito riciclo di “asset narrativi”, ma pazienza). 


Principalmente il problema è che questa ipotesi (l’avvento di Gandalf a metà Seconda Era) non tiene conto che egli avrebbe così partecipato alla Guerra dell’Ultima Alleanza contro Sauron (e a tutti gli eventi compresi tra la creazione degli Anelli e la caduta del secondo Signore Oscuro), e questo sembra essere in forte contrasto con la consecutio degli eventi e con il significato stesso della missione degli Istari. 

Gandalf (e gli altri Istari poco prima di lui) arrivano in Middle-earth circa nel 1000 T.E. PROPRIO perché gli Uomini di Arnor (già in declino) e Gondor (che invece in quegli anni tocca il suo apice di gloria e conquiste) hanno abbassato la guardia contro il pericolo di un eventuale ritorno di Sauron, secondo loro sconfitto da un millennio definitivamente.

Al punto che quando (1050-1100) un’ombra ricompare a sud di Boscoverde il Grande (che da qui in poi diverrà appunto Mirkwood, Bosco “Atro”), nessuno sospetta che possa trattarsi di Sauron, ma credono al massimo che si tratti di un Nazgûl  scampato dalla rovina di Barad-Dûr e rifugiatosi nel nord per accrescere il suo potere con negromanzie e stregonerie.


È ragionevole credere che Gandalf, ben conscio della sua missione, non abbia mai avuto dubbi che Sauron sarebbe prima o poi tornato, e che aspettasse solo il momento buono, dopo aver recuperato almeno parte del suo antico potere, e sempre alla ricerca dell’Unico.

Tuttavia dovranno passare altri 1000 anni prima della prima cacciata di Sauron da Dol Guldur (l’inizio della cosiddetta Pace Vigile) e altri 800 prima della Quest di Erebor e della “ufficializzazione”, non solo nei sospetti di Gandalf ma anche per il resto del Bianco Consiglio, che il Negromante altri non fosse che Sauron redivivo.


Se Gandalf è presente già dalla Seconda Era, anzi già dall’epoca della Forgiatura degli Anelli, perché non ha impedito che Sauron ingannasse i Noldor di Ost-In-Edhil? E, ancora peggio, come ha potuto permettere che Sauron corrompesse I Numenoreani e li sobillasse contro i Valar?

Certo, Gandalf non è onnipotente e non può impedire tutto, tuttavia perché anche solo lasciare la possibilità che lui sia presente a questi eventi, e renderlo comunque ininfluente? (Dato che le cose poi si sono svolte ugualmente, ed evidentemente lui non ha potuto impedirlo, e non ha avuto parte nel prevenirle).

Il fatto è che Gandalf arriva in una Terra di Mezzo dove Sauron è scomparso, inviato dai Valar (coscienti che il male fosse dormiente ma non ancora definitivamente sconfitto) per preparare i Popoli Liberi al suo ritorno e per progettare la battaglia contro di lui. È questo il senso degli Istari, modificare le circostanze della loro venuta non ha alcuno scopo.

(Quando Tolkien stesso “retconnò” l’avvento degli Stregoni Blu insieme a Glorfindel nella Seconda Era, come si legge nel volume 12 della History, Peoples of Middle-Earth, lo fece in quanto gli Stregoni Blu hanno avuto un ruolo diverso da quello di Gandalf, si sono subito allontanati dai luoghi cruciali in cui si sarebbero poi svolti i principali eventi della Guerra dell’Anello, e ammesso che valgano le interpretazioni secondo cui hanno lavorato per la causa “dei buoni”, lo hanno fatto strappando possibili alleati a Sauron tra gli Uomini dell’Est e del Sud.

Un contributo di questo tipo, non dico marginale, ma sicuramente periferico, può benissimo essere “retrodatato” alla Seconda Era senza creare scompensi nel continuum narrativo. Altrettanto non si può dire per Gandalf.)






2). Punto direttamente collegato al precedente. È la Terza Era quella in cui la presenza di Sauron è inosservata e/o dimenticata, non la Seconda!

Passano pochi secoli, da dopo la Guerra d’Ira, prima che Sauron cominci a lasciare tracce del suo passaggio (c. 500 S.E.), e intorno al 1000 si rivela nuovamente, fondando Barad-Dûr. È SAURON A CERCARE DI BLANDIRE GLI ELFI SUBITO DOPO. Non sono loro che lo cercano in lungo e in largo! È Sauron che, cercando di fottere tutti gli abitanti della Terra di Mezzo, con l’inganno prima di essere costretto a ricorrere alla forza, sta già meditando di distribuire Anelli costruiti con la sua sapienza agli Elfi più potenti e poterli così controllare. Ma Gil-Galad lo manda a quel paese, perché non è scemo.


È un possente re di Noldor, meno ottenebrato di Celebrimbor (che nel suo sangue, essendo nipote di Fëanor, conserva quella traccia di tracotanza e di desiderio di gloria per la forgiatura di grandi opere di artigianato e oreficeria che lo porta a cedere alle lusinghe di Annatar), e presagisce che Sauron medita di riacquistare potere e influenza, anche se magari non immagina cosa diventerà (complice proprio l’Anello).


Insomma, questa atmosfera da “return of the shadow” (tra l’altro titolo di uno dei volumi della History, se non sbaglio proprio quello che compendia la Terza Era e tutti gli eventi propedeutici all’avvento dei Grandi Anni, del ritorno di Sauron e della Guerra dell’Anello) è molto più presente DOPO la caduta di Numenor, DOPO l’Ultima Alleanza, dopo che Sauron ha perso la sua forma umana (nel prologo della serie ci viene già mostrato con la mìse - ormai iconica, ho capito! - che lo caratterizza appunto sul finire della Seconda Era, quando ormai è poco più che una macchina, un mostro tenuto in piedi solo più dal potere dell’Anello/“Horcrux”; difficile immaginarlo così all’inizio della Seconda Era, quando ancora era un Maia insidioso, che assumeva un bell’aspetto per irretire gli Eldar - non avendo la “negra forma” che invece aveva Morgoth, ed essendo scampato all’ira dei Valar ben prima che scoperchiassero Angband, ma pazienza).


Nella Terza Era Sauron è davvero un sussurro di terrore che si sparge in giro. Come del resto è reso benissimo nel prologo cinematografico della Compagnia dell’Anello, con una semplice sequenza di immagini naturali inquietanti - grande cinema.

Questa atmosfera di incertezza addirittura sulla natura del Male che pervade questi primi episodi è molto off rispetto a ciò che sappiamo di quel periodo. Nella memoria degli Elfi che guidavano Sindar e Noldor il ricordo di ciò che era il male era ancora molto fresco.


[Tra l’altro intuiamo che Arondir, il Custode Guardiano e tutta quella gente lì, altro non è che uno degli avamposti che Gil-Galad stesso (citato sempre come Alto Re) ha disseminato per la Terra di Mezzo (davvero Gil-Galad ha influenza sugli Elfi che vivono così lontano dai Regni Noldor? Addirittura in luoghi remoti come Nurn, Khand, Rhûn - più o meno all’incrocio dei quali sembra trovarsi la località in cui vivono Arondir e Bronwyn? Pare quanto meno improbabile. Forse questo rientra in quei cortocircuiti provocati dalla “compressione spaziale”), quindi, tanto per cominciare, il suo esser stato presentato come Elfo Silvano apparentemente lontano dalle questioni “politiche” dell’Occidente è fuorviante e può dare adito a fraintendimenti se anche solo ti perdi questo riferimento all’Alto Re.

Inoltre risulta ancora più incredibile che una caccia così estesa e sistematica sia stata messa in piedi dagli Elfi per chissà quanti secoli, eppure la sola Galadriel viene ora criticata per il suo eccessivo zelo.

Certo, le modalità sono diverse da un lato all’altro della Terra di Mezzo: al Nord Galadriel cerca le tracce del passaggio degli Orchi scappati dopo la caduta di Melkor, e questo la porta sulle tracce di Sauron, o così almeno crede.

A Sud Est invece gli Elfi hanno l’incarico, affidatogli presumibilmente attraverso la supervisione di questo “Custode Guardiano” (figura che sembra uscita più da Dragon Age che da SdA), di sorvegliare e vigilare le popolazioni umane dell’est, tacciate di essere state fedeli a Morgoth durante la Prima Era (forse discendenti di Ulfang?), e temute per la possibilità che si  affilino con Sauron nel presente, se non vengono, appunto, debitamente sorvegliate. 

Trovo tutto questo molto stiracchiato.

Avrei preferito che Arondir fosse stato un Elfo Avaro, o comunque che non fosse stato possibile ricondurlo sempre a una “centralità” dei Reami Elfici, concetto decisamente forzato e svilente, specialmente in relazione alla grande eterogeneità degli Elfi della Terra di Mezzo, alle grandi differenze tra i loro insediamenti, le loro culture, i loro orizzonti.]


Per questa e altre ragioni, quella che è stata raccontata mediaticamente come una “compressione spazio-temporale” necessaria per rendere filmabile la complessa timeline della storia di Arda, a me risulta piuttosto uno sfasamento generale, in cui l’ordine degli eventi a volte è sì compresso, ma a volte è direttamente invertito, confuso o non esplicitato. 

Seconda e Terza Era sembrano essere fuse in un’unica era dalle caratteristiche miste tra l’una e l’altra.


Si noti tra l’altro come nelle didascalie che introducono il prologo non si faccia alcun riferimento ai Giorni Antichi e alla Prima Era - se per questo non viene specificato neanche che dopo l’Ottenebramento di Valinor succedono due piccole cosine come la creazione del Sole e della Luna e l’Avvento degli Uomini, ma tutte queste omissioni avrebbero richiesto perifrasi complicate non potendo chiamare in causa il Silmarillion, tuttavia non sarebbe stato impossibile dare un po’ più di contesto. La principale pecca del prologo è proprio quella di concentrarsi solo su UN aspetto, e in maniera troppo vaga. Sembra dare precedenza esclusivamente alla creazione del trauma di Galadriel per la scomparsa del fratello [Finrod; gli altri fratelli evidentemente non le importavano abbastanza]. Non si fa nemmeno alcun riferimento, durante le prime scene che ci trasportano al “presente” della serie, a una collocazione specifica all'interno della Seconda Era. Le prime scene che presentano le vicende di Galadriel non contengono alcuna indicazione temporale, non viene offerta una data precisa in cui si svolgono gli eventi. Questa deliberata imprecisione nel collocare la storia fa parte di una più generale decisione di rendere il setting sfumato e incerto, e potersi permettere di scombinare le carte più o meno a piacimento, anche e soprattutto per non cadere nel rischio di citare elementi del Legendarium su cui non possono accampare diritti di sfruttamento.






3). Così come il setting spazio-temporale, anche la caratura, il carisma e l’importanza di certi personaggi (il più grave dei quali è Galadriel, vd. oltre), hanno subito un grossolano squilibrio: alcune qualità e caratteristiche di certi personaggi sono state travasate in altri. 


E se questo era già stato fatto nel SdA di Jackson era stato fatto soprattutto per poter tagliare dei personaggi secondari e “condensare” alcune azioni, alcuni dialoghi, che sarebbe stato un peccato perdere del tutto, attribuendole a personaggi già presenti, che hanno quindi ricevuto un “boost” alla loro caratterizzazione.

Ecco da dove arriva il ruolo di Arwen (che riassume in sé anche quello di Glorfindel, assente nelle trasposizioni); ecco da dove arrivano alcune frasi di Barbalbero tratte direttamente dai dialoghi di Tom Bombadil; ecco da dove arrivano dialoghi attribuiti a Gandalf presi da altri personaggi (non ricordo a memoria i riferimenti puntuali, ma nei contenuti speciali dei tre film di Jackson c’è sempre, in ciascuno dei tre, uno speciale dedicato interamente a questo aspetto della scrittura “dal libro al film”, in cui loro hanno giustificato tagli, spostamenti, piccole semplificazioni e modifiche); ecco da dove arriva l’aver messo il bellissimo monologo su Eowyn (credo sia Gandalf a pronunciarlo nel Ritorno del Re) in bocca a Vermilinguo. E ringraziamo tutti Fran Walsh e Philippa Boyens per quest’opera certosina, perché ha impreziosito non poco il risultato finale, e ci ha regalato dei personaggi memorabili.


La stessa cosa è stata fatta qui? Sfido chiunque a sostenerlo.

È una scelta legittima, per carità, quella di modificare vicende e personaggi per rendere più scorrevole la narrazione (nonostante le “trappole” che si sono creati da soli mi fanno pensare che la narrazione sarebbe stata più scorrevole senza far percorrere a Galadriel l’oceano a nuoto, tanto per citare il più eclatante), ma si badi alla differenza tra il caso di Glorfindel/Arwen e lo squilibrio Galadriel/tutti gli altri elfi.

Nel primo caso Arwen assimila il ruolo di Glorfindel e quest’ultimo viene tagliato del tutto. Di conseguenza Glorfindel, inteso come personaggio a se stante, NON ESISTE nel Lotr cinematografico . Sopravvive il suo spirito e il suo senso, in un espediente sceneggiativo che punta a “un’economia di personaggi”.

Nel secondo caso invece Galadriel viene spogliata e privata del suo naturale carisma: lei è “solo” un personaggio d’azione, impulsivo e sanguigno. Gil-Galad viene diminuito nella dignità del suo ruolo*, nel momento in cui il suo essere “Alto Re degli Elfi”, implica, secondo una stereotipizzazione “hollywoodiana” del suo personaggio, che ha autorità e comando ma non il carisma sufficiente a parlare a braccio, e deve farsi scrivere i discorsi dall’”Araldo Elrond”.

Elrond il quale di conseguenza è posto in un ruolo subalterno rispetto ai “Signori degli Elfi” e pertanto gli viene impedito di presenziare al consiglio. Ma chi meglio di Elrond, figlio di Eärendil Mezzelfo e Salvatore della Terra di Mezzo contro Morgoth, avrebbe diritto a essere considerato Signore di Elfi? Qui invece sembra un dotto stagista. Un giovane elfo brillante ma ancora in piena carriera di ascesa (viene addirittura assegnato a un incarico presso un regno elfico alleato, in virtù di una sua capacità diplomatica che potrebbe aiutare con i Nani di Khazad-Dum - ma tra l’altro, parentesi nella parentesi, i fabbri dell’Eregion non erano già in forti legami di amicizia con i Nani? “Il più forte legame di amicizia che avesse mai legato le due stirpi”, si legge nelle Appendici. Non credo abbiano avuto bisogno di Elrond per conoscere e stringere rapporti con i loro vicini).

Ecco, da questa veloce analisi si può già notare lo squilibrio di cui parlavo: qui non si dà il caso di personaggi assimilati da altri, in una sorta di filosofia "conservativa", ma di personaggi che, per dare risalto ad alcuni caratteri, sono costretti a sminuire le qualità di altri personaggi (soprattutto il triangolo Gil-Galad/Elrond/Galadriel; fortunatamente Elrond si ristabilisce nel rapporto con i Nani, e il POV di Elrond e questi ultimi è una delle cose più divertenti e gustose di ciò che si è visto finora, a mio parere), in una filosofia direi "dispersiva". Alla fine ciascuno dei personaggi è esaltato in certi aspetti e svilito in altri, sempre a discapito di un altro personaggio, in un circolo vizioso.


*Tra l’altro, apprendo in questi giorni, smanettando nelle wiki, che Gil-Galad (che io ho sempre ritenuto figlio di Fingon, come pubblicato nelle tabelle del Silmarillion), stando alle correzioni apportate da Tolkien nel Legendarium negli scritti più tardi, è in realtà figlio di Orodreth, e quindi NIPOTE DI GALADRIEL! Questo almeno, sostiene Christopher in qualche nota nella HoME, è stata “l’ultima parola che Tolkien ha scritto su questo argomento”. Niente di che, si tratta solo di un dettaglio, ma non fa che aumentare la mia impressione su quanto superficiale sia stata la ricerca di questi sceneggiatori, e su come il personaggio di Galadriel sia stato “sottodimensionato”, sotto molti punti di vista, non ultimo direi quello “generazionale”. Dato che Galadriel appartiene alla terza generazione di Elfi IN ASSOLUTO nella storia di Arda, essendo figlia di Finarfin figlio di Finwë, risvegliatosi a Cuivienen. Ai tempi della Seconda Era era già una saggia venerabile, probabilmente “l’erede spirituale” di Melian rimasta nella Terra di Mezzo. È zia di Gil-Galad. All’inizio della Terza Era sposerà la figlia Celebrìan a Sire Elrond (che quindi è suo genero). Ha avuto regni nel Lindon (governava il Lindon del Sud mentre Gil-Galad quello del Nord, secoli prima degli eventi della serie), sul Lago Nenuial, dove poi i Numenoreani avrebbero fondato Annùminas capitale di Arnor, a Dol Amroth e infine a Lothlorien. È stata indubbiamente una delle più fiere e coriacee avversarie di Sauron nell’arco di ben due ere. Eppure qui sembra una giovane Elfa ribelle e scalmanata (e irrispettosa e incontrollata e priva di senso delle priorità e impulsiva e a volte folle, come folle è il gesto di buttarsi nell’oceano, presumibilmente a molte centinaia di leghe [e qualche mese di viaggio in nave] dalla costa, ma questo lo addebito più a un worldbuilding ipersemplificato e insensato che a un ennesimo difetto di caratterizzazione del suo personaggio).

Inoltre la sua dolcissima storia con Celeborn, e alcune delle vicende citate, sono raccolte nei Racconti Incompiuti, proprio nella sezione dedicata alla Seconda Era. (Altro pezzo di Legendarium che sarebbe stato vitale accaparrarsi per poter includere un sacco di dettagli importanti e belli da includere! Ringraziamo ancora una volta la gelosia verso la proprietà intellettuale e la Tolkien Estate…)






4). Ancora due parole su Galadriel. Questo personaggio nella serie deve evidentemente ricoprire il ruolo di irriducibile combattente (non ci sarebbe stata neanche male, se scritta meno con l’accetta! “Nerwen”, uno dei nomi di Galadriel, significa “fanciulla-uomo”, Tolkien nelle lettere specifica che da giovane Elfa di Valinor era una possente amazzone, e che primeggiava nelle competizioni sportive. “Galadriel” significa letteralmente “incoronata d’oro”, soprannome affibbiatole a simboleggiare il modo in cui acconciava i capelli biondi come l’oro in una sorta di ghirlanda intorno alla testa, quando doveva cimentarsi in prove fisiche. Mi dilungo su questo punto, su cui molti hanno insistito nelle scorse settimane, quasi a voler “giustificare” le scelte di caratterizzazione di questa serie (ma nella scrittura cinematografica, e nella scrittura creativa in generale, “motivare” è preferibile al “giustificare” a posteriori; creare conflitto e mostrarlo è preferibile al rimarcare costantemente che il personaggio sta vivendo un conflitto - in questo la serie è un esercizio pedestre che qualsiasi dei miei docenti di sceneggiatura avrebbe bocciato a occhi chiusi), non perché voglia sfatarlo, anzi.


È vero, e mi sarebbe piaciuto vedere una Galadriel più giovane e combattiva rispetto alla Galadriel del SdA (ma come abbiamo detto, già antica, potente e venerabile). Non una che si sporca le mani, ma una la cui parola può smuovere le coscienze di un intero popolo. (Ora, provocatoriamente, mi chiedo: non sarebbe stato un esempio maggiormente riuscito di “woman empowerment”? Lascio ai posteri l’ardua sentenza). Una Galadriel ancora addolorata per la Guerra dei Silmaril, per le lotte fratricide che hanno segnato per sempre la storia del suo casato, per la dispersione e la decimazione degli Elfi Noldor, che ormai sono in minoranza nella Terra di Mezzo, essendo tornati ad Aman tutti coloro che hanno voluto farlo, stanchi del mondo - almeno tutti coloro a cui i Valar avevano revocato il bando. Così non fu per Galadriel, resasi colpevole di “ignavia” nei confronti del cugino Fëanor e dei suoi atti scellerati. I Valar le avrebbero concesso di tornare al termine della Terza Era, dopo che ella si fosse adoperata per contribuire alla definitiva sconfitta di Sauron, e avendo anche resistito alla tentazione dell’Unico, offertole da Frodo.

Galadriel intona un lamento, il celebre Namarië, nella Compagnia dell’Anello, un dolcissimo canto in cui esprime proprio questo dolore, questo desiderio malinconico e pieno di rimpianti, di fare ritorno ad Aman, a casa. 


Assodato, con questo, che se Galadriel avesse avuto l’opportunità di tornare ad Aman prima del tempo che la vediamo restare in Middle-Earth non si sarebbe mai lasciata scappare questa occasione; ma possiamo solo ipotizzare, oltre all’impossibilità di farlo per timore del rifiuto dei Valar, quali emozioni contrastanti si siano affastellate e avvicendate nel suo cuore a riguardo, emozioni che non le avranno fatto discernere, per lunghi anni, se per lei fosse più desiderabile il partire o il restare: nostalgia; rimpianto per aver seguito Fëanor tanto tempo prima (e non esser rimasta con i genitori, tra l’altro), un po’ per brama di potere un po’ perché infiammata dai discorsi dello “zio” sul destino dei Noldor di sconfiggere il Nemico e recuperare la luce degli Alberi di cui restava unica traccia in Arda l’ultimo barlume nei Silmaril; stanchezza della Terra di Mezzo, funestata per tre ere da conflitti, ascese e cadute, signori oscuri che si sono avvicendati… e dall’altro lato la vergogna per aver meritato il bando dei Valar e il timore del loro giudizio; l’affetto sviluppato per Celeborn e la sua gente, e per tutti gli Elfi Sindar (Nandor, Galathrim, etc.); l’amore per la Terra di Mezzo, dove ha finalmente trovato posti pacifici in cui costituire il regno tanto desiderato. Insomma, non è così scontato dirimere il carattere di questo affascinante personaggio. E per questo motivo sarebbe stato bello vedere una Galadriel cinematografica con una caratterizzazione profonda e complessa, con fatal flaw, desire, need, posta in gioco, e tutti quegli elementi di costruzione del personaggio che studiamo quando scriviamo le storie al cinema.

Di certo non desideravamo (e, almeno personalmente, neanche mi aspettavo!) una Galadriel ossessionata e monodimensionale.


Cercando di tirare le somme, Galadriel rappresenta di certo una delle entità alle quali Sauron era più inviso, ma all’epoca della creazione degli Anelli, e nel tempo immediatamente precedente, occupava nello scontro contro il Maia un ruolo piuttosto periferico rispetto a Gil-Galad ed Elrond. Come fare allora per renderla protagonista, se questa era la commissione della serie? Anziché mostrarcela nel Forodwaith a perdere tempo, avrebbero potuto mostrarcela nello svolgimento della sua attività di regnante, probabilmente l’unica che percepiva la presenza di Sauron a distanza, questo sì, (MA NON L’UNICA CONSCIA DI UN EVENTUALE PERICOLO CONSEGUENTE DAL SUO RITORNO - questo cliché di Galadriel/Cassandra non solo indebolisce tutti gli altri personaggi Elfi, ma allunga il brodo, annoia e sa di già visto, in una maniera oltremodo frustrante e fastidiosa, anche per chi non conoscesse Tolkien: anche lo spettatore meno scafato sa che Sauron comunque tornerà - è il villain del SdA! - e quindi la tensione narrativa risulta completamente evaporata) e che pertanto FONDA insieme a Celeborn e Celebrimbor il Regno dell’Eregion (sì è lei che lo fonda; siamo nel 750 SE, bastava far partire il racconto un po’ più indietro, e, pur con qualsiasi espediente di compressione temporale, dare l’idea del tempo che passava, se necessario).



Questo l’avrebbe immancabilmente posta nel luogo nevralgico degli eventi da cui la serie prende il nome (e non escludo che sarà così), avrebbe dato lustro e interesse al personaggio, non si sarebbe scostato di un millimetro da Tolkien e dalla caratterizzazione da lui desiderata per la Dama elfica, e avrebbe anche creato un personaggio regale e bad-ass al tempo stesso.


A dimostrazione di quanto dico, riporto un passaggio dalla wiki Tolkien Gateway, alla pagina dedicata a Galadriel.

Le fonti sono, ovviamente, le Appendici (e le abbiamo!), e per il prosieguo della storia la Storia di Galadriel e Celeborn presente negli Unfinished Tales, ma non contiene niente di fondamentale da trasporre, giuro:


Circa the year 500Sauron began to stir in Middle-earth again, but his name was not known. He was, however, perceived by Galadriel, who noticed there was a controlling evil, and that it was spreading above the world, coming from the East beyond the Misty Mountains. She also thought this 'residue of evil' could only be fought with an alliance of all its enemies. Therefore, she and Celeborn moved eastwards and established the realm of Eregion near Khazad-dûm.







5). Riflessione doverosa sulla “Chiamata” che ogni Elfo sente quando giunge il suo momento di andare al Reame Beato. Penso sia uno degli svarioni più imbarazzanti - sempre parlando dal punto di vista dei contenuti prettamente “tolkieniani” - che la serie abbia fino a questo momento messo in campo.


Questo viaggio ha sempre avuto un significato spirituale e individuale. È questo il motivo per cui Cìrdan in due ere si è fatto carico di “spedire” gli Elfi che lo desiderassero a Valinor. La serie invece suggerisce che questo viaggio sia qualcosa decretato per meriti guerreschi o comunque deciso a livello politico/istituzionale. Ma non potrebbe esistere una figura abbastanza autorevole da decidere per altri Elfi, di certo non il Re, che non va inteso, come alcuni re umani, con potere di vita e di morte sui propri sudditi, ma più come una guida, o al limite come un condottiero.

Insomma mi è sembrato uno scivolone e basta, che ha confuso molti di noi, e ha dato un’informazione fuorviante ed erronea a chi non abbia letto i romanzi.

Può sembrare una sottigliezza, ma mantenere intatto il significato di Valinor per gli Elfi è l’unico modo per non cannare tutte le loro caratterizzazioni: se una cosa del genere è su base di merito perché la società degli Elfi non si è ancora trasformata in un guazzabuglio di arrivisti bellici? È un dettaglio che sposta molte cose in maniera subdola, deformando non poco il senso degli Elfi in Tolkien, e rimuovendo tutta la poesia del loro destino, del loro essere legati al mondo.

Se tutto questo diventa solo un “viaggio premio”, allora chiudiamo tutto e facciamo prima!


Questo succede quando un worldbuilding attentamente congegnato viene forzato, e si prova a semplificarlo e a storpiarlo (quasi sempre per motivi che esulano dalla buona riuscita di un buon racconto - mi torna in mente la lettera piuttosto astiosa di Tolkien quando rispondeva ai tentativi di un certo Zimmerman di compendiare la trama del SdA in una trama per una trasposizione cinematografica di animazione, lettera molto spassosa se non si empatizza troppo col povero sceneggiatore americano!).

Alla fine ci si ritrova che la toppa è peggio del buco. Inevitabilmente, aggiungerei.

Ed è questo, SOLO QUESTO, il motivo per cui toccare Tolkien risulta così rischioso è complicato: proprio perché per raggiungere certe soluzioni lui ci ha messo un’intera vita di scritti, ripensamenti e correzioni; come si può pretendere di fare altrettanto, o addirittura meglio, nel limitato tempo a disposizione di chi deve redigere una sceneggiatura per il grande pubblico? Difficile spostare qualcosa di questa costruzione senza produrre catastrofi. Difficile ma non impossibile. E ho già proposto esempi (se ne potrebbero fare altri) dalla trilogia di Jackson su come loro ci siano riusciti in maniera quasi sempre brillante.


Aggiungo un corollario sulla scena della nave che sta per arrivare a Valinor.


Pare evidente che gli autori della serie abbiano voluto (ancora una volta! Ma non so quanto consapevolmente) anticipare alcuni elementi di costruzione del mondo che arriveranno solo nella Terza Era, o comunque da dopo l’Akallabeth.

Infatti la scena con la nave che solca il mare, e a un certo punto le nubi fosche si separano e mostrano la via luminosa che conduce al Reame Beato, sembrano suggerire che la nave stia per avviarsi in un piano d’esistenza superiore, ovvero che stia per imboccare la c.d. “Straight Way”, la “Strada Diritta”, quella Via che coloro destinati a lasciare la Terra di Mezzo avrebbero cominciato a percorrere da dopo la Caduta di Numenor e lo sconvolgimento di Arda - che in quell’occasione passa da essere un mondo piatto a essere un mondo sferico.


Con questo sconvolgimento infatti Valinor e Tol Eressea vengono “strappate” dal mondo dove noi viviamo, e confinate in una sorta di piano trascendente (in realtà, a giudicare dalle mappe dell’Ambarkanta presenti nella History, finiscono nello stesso “strato atmosferico” delle stelle, Ilmen, ma sì, in definitiva assurgono a un livello di esistenza letteralmente ultraterreno, come del resto in molte mitologie nord-europee, come ad esempio Avalon per il ciclo bretone o il Valhalla).

In questo modo Aman si troverà sempre al di fuori della portata di coloro a cui non è concesso di dimorarvi. E al riparo dal male che sempre, in un modo o nell’altro, si annida nei cuori degli uomini mortali.

Questo fu fatto proprio in seguito all’attacco della flotta Numenoreana di Ar-Pharazôn.






Numenor fu eclissata, Valinor rimossa dal mondo, e “nuove terre” andarono ad occupare quella nuova porzione di mondo risultata dalla recente “sfericità”. In pratica sono sorti nuovi continenti nel nuovo emisfero, all’estremo ovest rispetto alla Terra di Mezzo e all’estremo est rispetto al continente da cui un tempo si svegliarono gli Uomini (Hildorien). 

La cosiddetta “Dark Land” (così citata in una mappa di Tolkien, mai rilevante per le vicende raccontate nelle sue storie) a est probabilmente andò a occupare in parte lo stesso spazio prima occupato dalla Terra del Sole, all’estremo est, dove si trovava la montagna Kalormë, seconda montagna più alta del mondo dopo Taniquetil, ma queste sono più che altro speculazioni geografiche che hanno poco a che vedere con il nostro discorso.


Il punto è che, ancora una volta, come dicevo, Seconda e Terza Era vengono confuse, a causa di elementi del mondo divenuti iconici per la loro presenza nel SdA, e per questo maggiormente riconoscibili dal pubblico. Così come per l’aspetto di Sauron, come per il mistero della sua scomparsa, (come per gli Hobbit, anche se quest’ultima cosa è meno grave, ed è ragionevole immaginare che dei Proto-Hobbit potessero essersi già evoluti durante la Seconda Era, e vivere nelle Terre Selvagge del Rhovanion, nonostante le prime tracce dei “Periannath”, così come ci arrivano dalle cronache umane, risalgano appunto al 1050 della Terza Era), così anche la Via Diritta, la quale, siccome divenuta celebre per il finale del SdA, quando la nave su cui si trova Frodo la percorre e giunge a Valinor, è stata inserita in questa serie più per cercare un richiamo estetico e concettuale a ciò che è già conosciuto presso il grande pubblico, che per uno studio o un’attenzione rivolta a questa specifica questione.


E di questo mi dispiace, perché dimostra l’ennesima superficialità, confonde gli spettatori e si adagia sull’ennesimo cliché (il portale che separa piani diversi, tipicamente il mondo dei vivi e quello dei morti, ma anche sottili varianti di questi due come in questo caso).

[Oltretutto si presenta un problema pratico, per il prosieguo della vicenda: quando Ar-Pharazôn dovrà rivolgere la sua flotta contro Valinor come questo gli sarà reso possibile se la via è già preclusa? se Valinor stessa è già fuori della portata di qualsiasi nave normale? Sono molto curioso di vedere come risolveranno questa questione.]


La cosa che mi dispiace ancora di più è immaginarmi che vi potrebbero essere alcuni che pareranno questa scelta, fingendo di credere che quelle nubi simboleggino i Mari Ombrosi, in cui sono immerse le Isole Incantate e attraverso i quali giacciono tutti i sentieri contorti che consentirebbero a un viaggiatore della Prima e della Seconda Era di viaggiare CONCRETAMENTE da Middle-Earth ad Aman, ovvero lo scenario che in questa regione si presenta in seguito all’Occultamento di Valinor da parte dei Valar, che presero misure di protezione del Reame Beato come Melkor distrusse gli Alberi e fuggì con i Silmaril (Ottenebramento di Valinor).


Questa interpretazione può sembrare contorta, e lo è. È anche in mala fede, ho scritto apposta “fingere di credere”: mi dispiace ma è così, e questo atteggiamento dipende, a mio parere, dalla negazione post-traumatica (comprensibilissima, ma che non giustifico) di vedere infrante le proprie aspettative su una serie che sulla carta doveva essere la cosa più tolkieniana mai vista sullo schermo e invece sconfessa molto grossolanamente concetti personaggi e ambientazioni estremamente cari agli appassionati del Legendarium.

È solo un esempio del “bipensiero” che già da questi primi giorni sto vedendo adottare da molti commentatori, i quali, non capisco per quale istinto fanboystico di difesa del prodotto (che per un fanboy diventa in effetti autoconservazione) si sentono obbligati a dimostrare costantemente la bontà tolkieniana di ogni singola scelta o micro-citazione (presunta) presa da questa serie.

Magari per giustificare il grande dispendio di tempo ed energie, durante l’"hype” dell’attesa prima della messa in onda della serie, trascorso ad analizzare frame by frame ogni singolo fotogramma rilasciato per la promozione del prodotto, spesso sperticandosi in fantasiose ricostruzioni sulle più recondite informazioni e i più astrusi riferimenti alle opere del Professore che secondo loro si celavano, a un attento sguardo di esperto, nelle poche immagini disponibili.

Queste persone non fanno altro che mentire a se stesse e agli altri.

Prima si renderanno conto che né la loro credibilità né la loro felicità dipendono dalla bellezza di questa serie, prima riusciranno a vederla con occhi distaccati e scevri da condizionamenti e aspettative, e in fin dei conti a godersela per quello che è realmente, senza cercarvi a tutti i costi qualcosa che non vi è contenuta (che poi è ciò che fanno anche coloro che la criticano a prescindere).


Temo che ormai non avremo mai più un adattamento del Silmarillion, ahimè.



Spero di star dimostrando, con questa mia disamina, che delle critiche non tendenziose puntano ANCHE a cercare delle possibili soluzioni a problemi (in cui la serie ormai è incappata, ma che ci offrono utili spunti di riflessione sulle differenze di linguaggio tra letteratura e cinema) e a far questo in modo che il significato che ciascuno di noi ricerca in un’opera derivata di questo tipo sia il più possibile preservato.

Ora, sia chiaro che il dovere di un critico non dovrebbe spingersi a tanto: è compito esclusivo dell’artista (in questo caso dello sceneggiatore televisivo, di chi ha adattato dei testi preesistenti a un testo adatto a un medium differente) cercare di sbrogliare la matassa e individuare la maniera migliore di presentare la propria storia al pubblico.

Se mi sto cimentando in questo esercizio, lo faccio esclusivamente nella doppia veste di appassionato dell’opera di Tolkien e di studioso e professionista del linguaggio cinematografico.






6). Ultimo punto, per il momento, solo per ricordarmi di citare l’uscita infelice di Medhor (compagno di Arondir) sulle tragedie a cui hanno condotto le due relazioni interrazziali Elfo-umane della storia di Arda.

Non so… possiamo considerare tragica la storia individuale di Beren e Luthien, ma in realtà raggiunge un lieto fine, anche se malinconico e temporaneo; e tuttavia la loro legacy va a intrecciarsi con l’altra storia d’amore in questione, ovvero Idril e Tuor, e a produrre l’unione salvifica della fine Prima Era di Arda: Eärendil ed Elwing.

Se non fosse stato per l’unione di Idril Celebrindal e Tuor figlio di Huor (lo stesso Tuor fa a Re Turgon una profezia sulla “stella” che nascerà da loro due e che salverà gli abitanti della Terra di Mezzo dalle grinfie di Melkor), non sarebbe nato quello che è a tutti gli effetti il salvatore della Terra di Mezzo: Eärendil, che appunto diventerà la Stella del Vespro, simbolo carissimo agli Eldar, simulacro della luce sacra dei Silmaril e ricordo della sconfitta del Nemico, per abbattere il quale perorò la causa di Elfi e Uomini del Beleriand presso i Valar, smuovendo così il loro intervento e decretando l’Inizio della Guerra d’Ira.

Insomma come tragedia mi sembra mica male.

Al punto che mi viene da dire: Medhor… ma che minchia stai dicendo?!

Scherzi a parte: è una di quelle frasi che percepisco chiaramente come dettate più dall’intento di percorrere un cliché (l’amore proibito e nocivo, à la Romeo e Giulietta) che non l’intenzione di raccontare le cose come stanno (e raccontare dunque una storia nettamente più bella e originale, ma questo probabilmente ricade nel gusto soggettivo).

Qui i diritti non c’entrano niente, questa è solo gratuita pigrizia e odiosa accondiscendenza verso lo stereotipo, quasi a voler compiacere gli spettatori, a volerli far sentire al sicuro in una “comfort zone”, in una situazione narrativa abusata e banale.

E mi duole dire che è un po’ tutto così.





***





In ultimo vorrei chiudere con una breve riflessione.
Si può mostrare amore e passione per una storia attraverso le critiche molto più che attraverso un'acritica adesione.

Io farò ancora "il tifo" per questa serie, nonostante una delusione iniziale che non posso far finta di non aver provato. 

Delusione dettata dall'aver percepito immediatamente un sapore di convenzionalità ed eccessivo adagiarsi su soluzioni stereotipate e a volte insopportabilmente vittima di cliché narrativi stra-abusati. 

Delusione dettata dall'aver incontrato tutto questo in luogo di storie che, nella loro semplicità (semplicità di plot unita a complessità di ambientazione, binomio di grande efficacia che è un po' la cifra stilistica del Professore), hanno molti elementi di originalità e sagacia. 

Delusione, infine, puramente come fruitore di prodotti audiovisivi e appassionato di cinema, di essermi reso conto che tutto ciò evidentemente viene offerto al pubblico (un pubblico ricercatamente più ampio possibile) da una delle serie più spettacolari e magniloquenti che la storia della televisione abbia mai visto, eppure anche una serie che, rispetto al favoloso budget e alla favolosa estetica, non sembra finora attenta a proporre una scrittura stimolante come invece tanti altri prodotti della serialità televisiva d'autore di epoca contemporanea ci hanno abituato a ricercare.


Ciononostante, dicevo, farò ancora il tifo per questa serie, non per partito preso o per indulgenza da persona interessata al soggetto, ma perché rispetto tantissimo il lavoro di chi vi ha preso parte. E troverei intellettualmente disonesto non dar loro una chance di raccontare la loro versione della Terra di Mezzo. Spero che questa fiducia sarà ripagata, perché chi ama Tolkien e la sua creazione possa riconoscervi la bellezza che questa nuova messa in scena del mondo di Arda merita di far risplendere.




Giorgio Todesco