sabato 25 luglio 2020

"Il Signore degli Anelli", la traduzione di Ottavio Fatica.

Riflessioni non richieste su traduzione, letteratura e l'eredità italiana di Tolkien




[DISCLAIMER: questo articolo è ancora in fase di revisione. Al momento in cui viene pubblicato su questa piattaforma, Il Ritorno del Re tradotto da Ottavio Fatica è uscito da pochi giorni, e sto ancora raccogliendo informazioni, analisi comparative e pareri critici. Il presente contenuto sarà dunque aggiornato e ricaricato il prima possibile.]






In questo articolo parleremo di traduzione. Ed è doverosa una premessa.

Viviamo in un'epoca in cui il mestiere del traduttore, come molti altri ambiti della cultura e dei media che finiscono nel rullo compressore nazionalpopolare dei social, finisce sotto i riflettori e in pasto alle opinioni e alle intemperanze argomentative delle "legioni di imbecilli" di echiana memoria.

Tutto ciò avviene anche per colpa di vicende come l'"Evangelion gate" e tutto il dibattito – a tratti interessante, a tratti sterile – provocato dal lavoro di Gualtiero Cannarsi.

Per i professionisti della traduzione questa inedita attenzione al loro lavoro può costituire tanto una benedizione quanto una maledizione.

Sì, è vero, finalmente il contributo del traduttore non è più misconosciuto, dato per scontato, svilito, tuttavia lo status del traduttore, da sempre absconditus nella sua funzione di fornire un "testo di servizio", che deve consentire la fruizione ai lettori della lingua di destinazione, cambia irreparabilmente, e non con esiti positivi.

Viene infatti a crollare quel principio secondo cui l'"invisibilità" del traduttore dovrebbe essere agevolata dal suo "isolamento", ovvero dalla sua indipendenza dalla "pubblica opinione".

Il fatto che alcune proposte di traduzione siano state al centro di polveroni mediatici e, nel peggiore dei casi – con l'avallo di un marketing gestito in maniera quasi criminosa da parte di Netflix – di veri e propri PLEBISCITI pubblici, rischia di diventare una iattura e un'ennesima manifestazione di "democrazia diretta", concetto idiota tanto in ambito politico quanto nel mondo della cultura.


Tutto questo per premettere che non sono minimamente favorevole alla gogna e al linciaggio (virtuali) che si è fatto del lavoro di traduttori che hanno la sventura di operare all'epoca dei social network e della ricezione critica "qualunquista" di opere così amate e assimilate dal pubblico, come è stato appunto per il caso di Neon Genesis Evangelion e Gualtiero Cannarsi.


TUTTAVIA ciò non toglie che le polemiche scaturite da quel caso non sarebbero state mai tante e tali se non ci fosse un problema di fondo, reale, riguardo a proposte di traduzione capziose e tutt'altro che "invisibili".

Per quanto riguarda opere provenienti dal Giappone la radice di questo problema risiede, a mio modesto parere, in una malattia intellettuale tutta italiana, una sorta di "neo-orientalismo" (Said si starà rivoltando nella tomba per questo mio plagio, ma mi perdonerà, spero), che ancora una volta ha natura più ideologica e provincialista che autenticamente divulgativa della cultura e delle opere giapponesi.


In poche parole: la filosofia cannarsiana sulla natura dell'adattamento, che permea non soltanto la sua versione di NGE ma anche tutte le edizioni italiane dei film dello Studio Ghibli (il che è ancora più grave), è pericolosissima, in quanto premette alla comprensione del testo e alla preservazione dell'impatto emotivo e narrativo sugli spettatori ragioni "da nerd", che millantano un purismo "giapponofilo" nel modo di approcciarsi a queste opere. Purismo che esige dallo spettatore di indagare a fondo la cultura nipponica, nonché le peculiarità linguistiche e la STRUTTURA SINTATTICA del Giapponese, e tutto questo per fruire di una storia di finzione, quantunque complessa e sfaccettata come Evangelion.


Facendo questo Cannarsi, con la sua metodologia, contraddice lo scopo stesso di una traduzione, che dovrebbe appunto "tradire" (nel significato di "trasportare" ma anche letteralmente di "disattendere") l'originale in una rielaborazione (anche culturale, laddove sia impossibile – in espressioni del parlato, slang, modi di dire, etc. – mantenere un calco dell'originale e al contempo preservarne l'impatto sul pubblico della lingua di destinazione).


Trattandosi di anime, Cannarsi contraddice e ostacola ancor di più di lo scopo di un adattamento cinematografico, che dovrebbe unire a questo aspetto anche la fluidità necessaria a essere interpretato da doppiatori, sincronizzato e missato a un conforme testo audiovisivo, e infine assimilato insieme alle immagini in un rapporto dialettico.

Le esigenze del prodotto di animazione non consentono a chi ne fruisce di approfondire in tempo reale tutte le istanze imposte dal tipo di lavoro di Cannarsi.


Insomma, la morale è che recenti traduzioni controverse hanno portato a polemiche, come dicevo, a volte interessanti sul mestiere, la metodologia e la deontologia del traduttore, a volte tossiche, inconcludenti e dettate più dall'odio e dall'ignoranza che altro.

Questo è il bellissimo contesto in cui, ormai più di due anni fa, piomba in Italia la notizia della nuova traduzione de IL SIGNORE DEGLI ANELLI di J.R.R. Tolkien a cura di Ottavio Fatica, approvata dall'Associazione Italiana di Studi Tolkieniani (che si è proposta, nella persona di Giampaolo Canzonieri, di far parte di un comitato scientifico di revisione e controllo filologico e di fedeltà al testo e all'aderenza al canone del Legendarium tolkieniano) e dal collettivo di scrittori Wu Ming (specialmente Federico Guglielmi, alias Wu Ming 4, che nell'ultimo decennio ha avuto in carica la curatela delle edizioni italiane delle ultime opere di Tolkien pubblicate da Christopher, e ha in definitiva assunto il ruolo di critico di riferimento della nicchia tolkieniana italiana).


PREMESSA GIGANTESCA CONCLUSA (me ne scuso, ma un minimo di contesto era necessario).


[Il caso in questione è molto diverso dall'esempio precedente: stiamo parlando ora di un'opera letteraria, non cinematografica. E tuttavia vi sono dei punti di contatto.]


Ovviamente non poteva sfuggire al destino di una ri-traduzione un'opera popolare e amata come Il Signore degli Anelli, per cui Bompiani ha commissionato nel 2018 una nuova traduzione, facendo seguito al coro di appassionati e "custodi del canone" che chiedevano a gran voce di soppiantare la vecchia traduzione di Vittoria Alliata di Villafranca, redatta alla metà degli anni '60 dall'allora giovanissima traduttrice, pubblicata nel 1967 da Astrolabio, Ubaldini e in seguito ampiamente rimaneggiata e "editata" da Quirino Principe per la riedizione per Rusconi, 1970.


La traduzione di Alliata sarebbe colpevole, secondo molti, di essere caduta in obsolescenza e in generale di contenere parecchie imprecisioni e guasti (celebre il caso di un paragrafo mancante nel RdR, poi corretto in successive revisioni e ristampe sotto il controllo della Società Tolkieniana Italiana) e in generale di indulgere in stilemi un po' arbitrari, come l'uso – non confortato dal confronto con l'opera originale – di endiadi, dittologie, perifrasi e arcaismi spesso non conformi al registro utilizzato.

È stato dimostrato che molte di queste deviazioni dall'originale siano state frutto di interpolazioni successive ad opera di Principe (un vero intellettuale italiano!), intervenuto su un testo concesso a Rusconi quasi senza aver interpellato Vicky Alliata, ma ciò non è bastato a redimere la povera traduttrice, rea evidentemente di essere stata troppo giovane e inesperta, oltre che donna, all'epoca del misfatto.

Ora, chiedo scusa per i toni sarcastici, non è nel mio stile, ma mi sono provocati dalle bestialità che mi è capitato di leggere nei confronti della degnissima (considerata l'epoca in cui è uscita e tutte le circostanze che abbiamo elencato) traduzione di Alliata.

Fino a qualche tempo fa la storica versione italiana del SdA era sì fortemente criticata ma non era mai stata oggetto di odio così violento e polemiche così aspre.

È bastato l'annuncio di una nuova traduzione per cominciare ad additarla come lo stigma della ricezione di Tolkien in Italia, o nel migliore dei casi come un'ingenuità, un errore giovanile, e per accogliere la nuova operazione come il Vangelo, un salvatore dalle tenebre dell'oscurantismo e dell'ignoranza.


Tuttavia, anche se l'astio nei confronti della traduzione di Alliata potrebbe sembrare un improvviso saltare sul carro del vincitore, si tratta in realtà di un ritorno di fiamma.

Per inquadrare le ragioni storiche di questo ostracismo, forse sarà utile ricordare che dietro a tale atteggiamento di una buona fetta di intellettuali italiani interessati al "caso Tolkien" si cela un'annosa polemica, riguardante la presunta "appartenenza politica" del SdA a una certa ala della destra conservatrice.

La critica letteraria di destra, al rilascio italiano dell'opera di Tolkien, pensò bene di farla passare come portatrice di simbologie e valori eroici che erano sempre stati considerati appannaggio esclusivo di cui quello schieramento.


Tralasciando la totale imbecillità di queste interpretazioni e "appropriazioni indebite", che non solo travisano completamente Tolkien, la sua umanità, il messaggio dietro alla sua attività di letterato, le sue convinzioni morali e storico-sociali e anche la sua storia personale (basterebbe leggere la lettera n. 30 del suo epistolario [1938], rivolta alla casa editrice tedesca Ruetten & Loenig Verlag in risposta alla richiesta di chiarire la sua Abstammung, per capire quanto Tolkien disprezzasse le derive fascistoidi di certi impianti ideologici ed "eroici" come il culto della razza, concetto che per molti anni gli è stato attribuito – follia!), tralasciando tutto questo, dicevo, è significativo e per me incomprensibile che, nell'immaginario collettivo legato alla fortuna di Tolkien in Italia, questo genere di conati cerebrali siano stati accostati (e in parte fatti risalire) proprio alla traduzione di Alliata.


Se si vuole un resoconto dettagliato e avvincente della fortuna di Tolkien in Italia, di come sia stato spesso frainteso e interpretato secondo l'arbitrio di chi lo voleva impugnare di volta in volta, e come manifesto per certe correnti del Movimento del '77 e come baluardo in difesa di una presunta purezza valoriale e mitica, rimando al bellissimo "Tolkien e l'Italia" di Oronzo Cilli (Il Cerchio, 2016).

Qui è riassunta, tra le altre, anche la posizione, più saggia e "distaccata" di tutti quelli che a distanza di anni rimproverarono a certa sinistra "vittimista" di identificare con Tolkien quell'immagine distorta e reazionaria che alcuni furboni avevano voluto promuovere all'indomani della sua uscita, continuando così a prorogare un dibattito sterile in termini che distraevano dai veri temi che un'opera come quella di Tolkien custodisce.


Oggi siamo al paradosso: in nome di quello stesso vittimismo che ha fatto sì che Tolkien fosse identificato per anni come il male, oggi vogliamo riappropriarcene sacrificando sull'altare il presunto simbolo di quella (finta) appartenenza: appunto la vecchia traduzione.

Invece di far finalmente assurgere Tolkien al rango di classico (che nel resto del mondo ha già da tempo conquistato), lo sfruttiamo ancora per legittimare dispute ideologiche, e vogliamo opporre un Tolkien "di sinistra" alla versione "di destra" finora maggioritaria.

Lo trovo un punto di vista quanto meno squallido. Quando impareremo a non far entrare la politica (quella bassa e becera, non quella sublime che non conosce schieramenti, e che nel nostro paese non ha molto successo) con le questioni letterarie?

Vorrei chiarire un punto che ritengo fondamentale, altrimenti rischio di apparire come un difensore ottuso di una traduzione che COMUNQUE andava aggiornata: ritradurre un'opera è SEMPRE una buona cosa, è indice di buona salute di quel testo, segno che la lingua è qualcosa in continua evoluzione, e che dunque anche la ricezione di una qualsiasi opera di finzione che si mantenga viva nella memoria e nella passione del suo pubblico subisce il passare del tempo, e come tale deve essere aggiornata.


Aggiornata non significa banalizzata o stravolta, una buona traduzione dev'essere soprattutto fedele, oltre che esteticamente bella, altrimenti costituisce solo un ostacolo alla conoscenza dell'opera originale, la quale rischia di essere occultata da interpretazioni troppo libere o "modernizzate" per il puro intento di inseguire un gusto o una moda.

Questo sarebbe sbagliato, sia per la deontologia del traduttore, sia per il destino dell'opera e perché verrebbe meno alla correttezza filologica minimamente accettabile.


Alla luce di tutto questo la notizia di una nuova traduzione sarebbe dovuta essere accolta con giubilo dal pubblico di lettori. Come dicevamo prima, alcune delle richieste di modifiche alla vecchia traduzione erano più che sensate, una volta spogliate delle polemiche ideologiche (che non provengono quasi mai dai lettori, tanto quanto dagli "intellettuali", da qui il mio fastidio).


E invece c'è stato il caos. Perché?

Perché già a partire dalla promozione nelle interviste a Ottavio Fatica (specialmente quella rilasciata in esclusiva a Loredana Lipperini per un inserto di La Repubblica, e successivamente la conversazione con Ilide Carmignani e Roberto Arduini in occasione del Salone del Libro di Torino, maggio 2018), nel tentativo maldestro di dare slancio e fare buona pubblicità alla novità editoriale, sono state fomentate le antiche polemiche, condite anche da quell'atteggiamento bullesco nei confronti di Alliata e della sua traduzione, al punto che la stessa traduttrice, risentita, ha querelato l'intervistatrice di Radio 3 e richiesto a Bompiani (forse un po' troppo permalosamente) il ritiro dal commercio delle copie residue con la sua traduzione.

Atto senza precedenti, a me sembra che questa reazione abbia solo che giovato a inasprire la polemica e a lasciare campo libero alla casa editrice di promuovere il nuovo prodotto, senza nemmeno la concorrenza interna della vecchia edizione.


Effetto ancor più grave è l'aver impedito che le due versioni potessero coesistere, almeno idealmente, sullo scaffale della libreria, rimuovendo così occasioni di confronto e discussione (anche se ovviamente nessuna versione va mai definitivamente perduta, e se pure non dovesse più essere ristampata non cesserà mai di circolare).

Insomma non l'ho trovata una grande mossa, e mi chiedo quanto ci sia di vero in questa ricostruzione fornita dagli articoli e quanto invece si tratti di un'astuta mossa di marketing.


Ma passiamo alla seconda fase della mia pars destruens (scherzo), perché, nel caso in cui non l'abbiate capito, la cosa che più mi preme è valutare nel merito COSA NON VA nella nuova traduzione di Ottavio Fatica, e come questo progetto di traduzione sia stato sostanzialmente un'occasione sprecata.


Laddove infatti si sarebbe potuto emendare il testo del SdA di tutti gli errori (indubbi) della precedente versione italiana, si è preferito distaccarsi artificiosamente da quest'ultima con chiaro intento polemico, andando sì a correggerne molte delle storture con una traduzione ex novo che è sicuramente redatta da un professionista di grande esperienza e di lungo corso quale Fatica, ma contemporaneamente andando a infrangersi contro un immaginario molto consolidato, toccando precise scelte e rimuovendo parte della fascinazione ad esse legate.

L'impressione che si ha leggendo la versione di Fatica è quella di trovarsi di fronte a un esercizio di stile, frutto di un evidente e maniacale studio, ma sostanzialmente "freddo".

Non è stata data una "voce unica" al testo, ma si è optati per criteri più meccanici, spesso di fedeltà letterale estrema (a volte prendendo delle cantonate anche in questo senso, come cercherò di argomentare via via), ma senza riuscire a conferire al romanzo un'identità e uno stile coeso.


La rincorsa a scegliere sempre le mot juste (che poi non sempre a un confronto con l'originale si rivela effettivamente tale, dunque non si capisce quale sia stato il criterio unitario dietro alla scelta dei termini, se quello della fedeltà etimologica, della musicalità, o semplicemente la cosa più diversa possibile dalla precedente traduzione) ha alla lunga impoverito l'impatto del testo, lo ha reso uno strano ibrido in cui non è difficile imbattersi in parole gergali di uso generalmente "basso", difficili da ricondurre alla prosa elegante di Tolkien, accanto a parole inutilmente ricercate o desuete della lingua italiana, per nulla corrispondenti ai termini a volte aulici ma sempre a tono dell'originale, e che stonano perfino rispetto a un immaginario lessico "mitico" o "epico", quale potremmo figurarcelo nella Terra di Mezzo.


Come si può intuire già da queste prime considerazioni, la mia disamina cercherà di non essere tecnica in senso stretto, non valuterò la fattura della traduzione (il che esulerebbe dalle mie competenze; oltretutto sono dell'idea che il lavoro di Fatica sia di indiscussa correttezza grammaticale/sintattica/tecnica e costituisca sulla carta un'ottima prova di traduzione – siamo insomma lontani anni luce da Cannarsi), ma confronterò alcune delle scelte prese in sede di progetto editoriale, tra la vecchia e la nuova (il fatto che alternative a certi nomi e soluzioni, più abbordabili rispetto alla vecchia traduzione, che nel corso degli anni erano già state suggerite e "promosse" dalla community tolkieniana italiana non siano mai state prese in considerazione, nemmeno dalla folta schiera di consulenti che hanno affiancato il Fatica, resta un fatto per me inspiegabile), e lo farò da un punto di vista "interno" all'opera di Tolkien, da "appassionato", se così si può dire.


Cercherò di mostrare come molte delle imprecisioni e degli scivoloni compiuti da questa traduzione riguardano sostanzialmente l'aver frainteso (o sottovalutato, o male interpretato) alcune caratteristiche intrinseche del romanzo, come il fatto che faccia parte di un Legendarium che è esempio mirabile (e quasi unico a questi livelli) di world-building.

Facendo questo, inevitabilmente sarò portato a considerare che alcune scelte, specialmente nella traduzione di nomi propri, nell'adattamento di alcune espressioni, nella resa di riferimenti al mondo narrato, ignorano o fraintendono in parte il sostrato etimologico e le "regole" del mondo del Professore, anzi sembrano essere volutamente circonvolute e "fuori posto", dando spesso l'idea che si voglia semplicemente marcare una distanza rispetto alla vecchia traduzione, distaccandosene il più possibile, anche laddove alcuni dei vecchi nomi e delle vecchie soluzioni si sarebbero potute tranquillamente mantenere, proprio perché molto più efficaci (o meno devastanti) delle nuove proposte da Fatica. Ma veniamo a noi.


Continuando con la nostra storia, la seconda e più importante ondata di indignazione in seguito alla pubblicazione del primo volume, La Compagnia dell'Anello, uscito nell'ottobre del 2019, (e recentemente una "terza ondata", con varianti, in seguito alla pubblicazione del secondo volume Le Due Torri, uscito il 29 aprile del 2020), è stata appunto provocata, come ormai tutti sapranno, da alcune scelte nella traduzione di nomi propri.


Farò degli esempi, elencando di seguito: nomi originali – nomi tradotti nella prima versione – nomi tradotti nella nuova versione, così da rendere evidenti le differenze.


Nota: Alcuni di questi esempi illustrano nomi che Fatica ha elaborato in seguito a ragionamenti corretti, e che mi sembra abbiano migliorato il risultato finale rispetto alla precedente versione, altri mi sembrano semplicemente ridicoli, o che siano stati cambiati tanto per farlo. Fatica ha in più occasioni espresso le ragioni di alcune di queste scelte, ma per molti aspetti le trovo insufficienti, anzi trovo che alcune di queste "giustificazioni" rivelino come il suo approccio verso questo genere di interventi sia stato fallace, ovviamente cercherò di argomentare più avanti questa mia affermazione.

Altri ancora non mi sono molto piaciuti per motivi esclusivamente di gusto, capisco il ragionamento che c'è stato dietro ma non li condivido per motivi meramente estetici (considerati soggettivamente, per carità, ma facendo sforzo di valutarne il merito oggettivo, per quanto mi è stato possibile).

A volte la spiegazione è molto semplice, e facile da giustificare: "Farfaraccio" è nient'altro che la traduzione letterale di "Butterbur", ovvero la pianta Petasites; a volte anche questi ragionamenti si sono rivelati difettosi, come quello che riguarda "Gaffer" o "Farthing", ma rimando ai numerosi appassionati che, su internet soprattutto, hanno commentato singolarmente ognuna di queste scelte di traduzione. Accanto ai molti fan faziosi, il cui atteggiamento isterico e presuntuoso darebbe quasi ragione a Fatica e co. quando attaccano la fanbase di Tolkien accusandola di eccessiva pignoleria e mancanza di rispetto per il lavoro altrui, si trovano analisi e disamine che segnalo volentieri per la loro precisione ed esaustività, tra cui il blog "Solo per dire la mia" e altri che segnalerò più avanti parlando delle questioni lessicali.

Motivi estetici, dicevo, per un semplice motivo: il secondo parametro di una buona traduzione, dopo la fedeltà, è quello della BELLEZZA, per cui il gusto estetico non è certo un aspetto da sottovalutare, specie se consideriamo che l'accoglienza di queste modifiche è stata tiepida da parte di moltissimi lettori e appassionati, e non solo per un fattore di nostalgia. Personalmente ero più che preparato a veder cambiati i nomi a cui siamo da sempre abituati, ma non mi sarei mai aspettate scelte così bruttine.

Evito di analizzare i singoli casi perché ruberebbe troppo spazio ad altri argomenti che più mi interessano, e poi appunto c'è chi l'ha già fatto meglio di quanto io sia capace.


Originale

Trad. 1967

Trad. 2019-20

SAMWISE

SAMVISE

SAMPLICIO

GAFFER

GAFFIERE

VEGLIO

BRANDYBUCK

BRANDIBUCK

BRANDAINO

OLDBUCK

VECCHIOBECCO

VECCHIODAINO

FARTHING

DECUMANO

QUARTIERO (pl. QUARTIERI)

STONEBOWS

ARCHINPIETRA

PETRARCHI

PRANCING PONY

PULEDRO IMPENNATO

CAVALLINO INALBERATO

WILDERLAND

TERRE SELVAGGE

SELVALANDA

BARLIMAN BUTTERBUR

OMORZO CACTACEO

OMORZO FARFARACCIO

STRIDER

GRAMPASSO

PASSOLUNGO

RIDERS

RAMINGHI

FORESTALI

WEATHERTOP

COLLE VENTO

SVETTA VENTO

DUNLAND

DUNLAND

LANDUMBRIA

RIVENDELL

GRAN BURRONE

VALFORRA

STEWARD

SOVRINTENDENTE

CASTALDO

ENTWASH

ENTALLUVIO

ENTORRENTE

GREYHAME

GRIGIOMANTO

CAPPABIGIA

SHADOWFAX

OMBROMANTO

MANTOMBROSO

HORNBURG

TROMBATORRIONE

BORGOCORNO

DUNHARROW

DUNCLIVO

FANCLIVO

SHELOB

SHELOB

ARAGNE

MIRKWOOD

BOSCO ATRO

BOSCURO

etc. etc. etc.


Più che proporre questa lista di nomi alla valutazione del gusto personale di ciascuno non mi sento di fare.

Mi sembra che ci sia concentrati fin troppo SOLO su questo aspetto, che francamente mi sembra meno rilevante di altri. Il fatto che abbia urtato la sensibilità e l'affezione di molti, talmente tanto abituati alle vecchie versioni da trovare alcune di queste delle aberrazioni, dimostra una volta di più quanto ingrato fosse questo compito, che ha comportato, tra le altre cose, scontrarsi con un immaginario consolidato nel corso di più di 50 anni (ma in sede di decisione e di progetto non si può non tenere conto anche di questi aspetti extratestuali, sebbene secondari, e che comunque non devono dettare legge sul testo, siamo d'accordo).

Oltre al fatto che molte scelte rivelano il non aver degnato di sufficiente attenzione l'apposita Guide to the Names che Tolkien stesso già nel '57, '58, dopo un paio di esperienze di cattive traduzioni in lingue straniere (cfr. Lettere 190 e 204), allegò al SdA per spiegare origine e significato dei suoi nomi, ma lasciamo andare.


La mia unica riflessione "autonoma" è questa: posso capire la modifica di nomi precedentemente tradotti in maniera arbitraria, avendo Alliata allora ignorato alcune derivazioni etimologiche (avendo a disposizione mezzi informativi infinitamente più scarsi rispetto a quelli disponibili oggi – per non parlare delle difficoltà peculiari di tradurre un autore come Tolkien: tanto per dirne una: il Silmarillion sarebbe uscito 10 anni dopo – ; e comunque si tratta di una minoranza di errori in mezzo a tante soluzioni tutto sommato riuscite, come Raminghi o Entalluvio).

Posso capire il tentativo di rifondare un corpus di nomi tolkieniani "italianizzati" che vada a costituire il "nuovo canone".


Ma a che pro scombinare così tanto le carte per poi cadere in errori simili o peggiori, con l'aggravante di aver scelto nomi più BRUTTI (soprattutto il tremendo "Forestali", "Aragne" e alcuni portmanteau di dubbio gusto), più facilmente sfottibili, e decisamente meno memorabili?

Tuttavia questa non può essere, come per molti è stata, l'unica "linea di attacco", dunque non aggiungerò altro. Se a voi piacciono teneteveli.


Cambiando totalmente argomento, voglio prendere in esame un altro esempio significativo, che è stato divulgato come annuncio promozionale della nuova traduzione, e che ha ovviamente creato scossoni al suo rilascio: la celebre Poesia dell'Anello. Riporto di seguito rispettivamente versione originale, traduzione Alliata e traduzione Fatica, per dare conto delle differenze:


Three Rings for the Elven-kings under the sky,
Seven for the Dwarf-lords in their halls of stone,
Nine for Mortal Men doomed to die,
One for the Dark Lord on his dark throne
In the Land of Mordor where the Shadows lie.
One Ring to rule them all, One Ring to find them,
One Ring to bring them all, and in the darkness bind them,
In the Land of Mordor where the Shadows lie.


Tre Anelli ai Re degli Elfi sotto il cielo che risplende,
Sette ai Principi dei Nani nelle lor rocche di pietra,
Nove agli Uomini Mortali che la triste morte attende,
Uno per l’Oscuro Sire chiuso nella reggia tetra,
Nella Terra di Mordor, dove l’Ombra nera scende.
Un Anello per domarli, un Anello per trovarli,
Un Anello per ghermirli e nel buio incatenarli,

Nella Terra di Mordor, dove l’Ombra cupa scende.


Tre Anelli ai Re degli Elfi sotto il cielo,
Sette ai Principi dei Nani nell’Aule di pietra,
Nove agli Uomini Mortali dal fato crudele,
Uno al Nero Sire sul suo trono tetro
Nella Terra di Mordor dove le Ombre si celano.
Un Anello per trovarli, Uno per vincerli,
Uno per radunarli e al buio avvincerli

Nella Terra di Mordor dove le Ombre si celano.


È evidente il tentativo da parte di Fatica di aderire maggiormente al testo originale, sia nella metrica e scansione ritmica che nell'abolizione di alcuni "infiorettamenti" inseriti da Alliata per preservare la rima alternata ABAB, in Fatica sparita.

Tuttavia Fatica rimuove forse uno dei più significativi e retoricamente suggestivi espedienti del "Ring Verse": l'anafora di "One Ring", che Alliata aveva semplicemente reso con lo stesso sistema, la ripetizione di "Un Anello" all'inizio di ogni "invocazione". È un peccato, poiché rimuove un elemento tutto sommato iconico, in un quadro altrimenti positivo per questa nuova versione.

Così come è positivo l'intervento su altre poesie, ad esempio All that is gold does not glitter, la quale, al contrario, nella versione di Fatica riguadagna le rime che aveva in originale e che Alliata aveva rimosso, guadagnando così anche una bella veste poetica e una musicalità prima inespressa, estremamente suggestiva.

[Bisogna ricordare che la "colpa" di molte delle scelte pregresse relative alle parti liriche erano da attribuire al famoso Q. Principe, che, essendo critico musicale (e nella migliore tradizione dell'intellettuale italiano anche erudito e tuttologo) si era preso molte più licenze di quante se ne fosse prese Alliata, e aveva arbitrariamente manipolato e "riordinato" il materiale della traduttrice, dovendo, a suo dire, destreggiarsi in una "fatica capillare" (poverino).

Vittoria Alliata, ricordiamolo, aveva ottenuto il benestare da parte di Tolkien stesso proprio in seguito alla prova di traduzione della Poesia dell'Anello sopra riportata, a ulteriore dimostrazione di come non dovesse essere la metrica o le singole scelte lessicali il criterio ultimo di traduzione – nemmeno per Tolkien, che pure conosceva bene l'italiano e si era in passato dimostrato molto severo nei confronti di traduzioni in altre lingue che non lo avevano soddisfatto (come la Danese e la Svedese), dunque non possiamo certo sostenere che fosse un giudice di bocca buona.]

Tornando a Fatica, invece, riconosco che alcune sue proposte sono più che condivisibili, guai a "buttare il bambino con l'acqua sporca". Non riconoscerne i meriti sarebbe da parte mia disonesto almeno quanto ignorarne le pecche.

A proposito delle poesie e delle canzoni, in particolar modo, bisogna dire che il lavoro svolto dalla nuova traduzione è quasi sempre egregio, forse perché il taglio scelto risulta essere appunto meno "colloquiale" e dunque più adatto alla poesia che alla prosa.1*

Il vero difetto, credo indiscutibile, della prosa di Fatica sta nel suo esser schizofrenica, di non saper scegliere un registro costante "medio" che renda sempre coerente con sé stessa la voce del narratore.

Questa costante oscillazione fa sì che molte delle sue trovate più felici sembrino più frutto di un caso fortuito, che non di un'idea estetica premeditata, specialmente se consideriamo quanto detto sopra, e cioè che la differenza quasi sfacciata con le precedenti soluzioni lascia pensare che si sia voluto procedere quasi col dizionario dei sinonimi in mano.

Della serie "tutto pur di non usare il vecchio". Anche a costo di creare delle scelte ridicole, dunque. È QUESTO ciò che mi dà più fastidio, e mi fa sospettare che, per obblighi contrattuali o per una precisa direzione imposta dalla casa editrice, sia stato deciso di distinguersi dalla traduzione precedente in questo modo poco ortodosso e un po' capriccioso, oltretutto strombazzando le polemiche di cui abbiamo discusso sopra.



***



Passando al vero cuore di questa disamina, esaminiamo altri aspetti problematici più "strutturali", che sono poi il vero problema di questa nuova traduzione. Andrò per elenco puntato, sebbene molti di questi punti siano correlati, e cercherò di essere il più ordinato e sistematico possibile:


  1. Registro piano =/= registro marcato: chiunque conosca anche solo i fondamenti della traduzione sa che ogni lingua, dal punto di vista lessicale, comprende diversi registri, composti da parole più o meno ricorrenti nella lingua parlata o scritta, più o meno in uso, più o meno ricercate. Un "uso marcato della lingua" si dà nel momento in cui una parola di uso non comune o utilizzata in modi non comuni viene inserita in un testo, evidentemente per attrarre l'attenzione del lettore e "marcare", appunto, quel determinato passaggio.

A occorrenza di registro marcato nel testo originale deve corrispondere una simile occorrenza nel testo tradotto, va da sé. Lo stesso vale per il "registro piano", ovvero l'uso consueto e meno "appariscente" del lessico.

Se lo squilibrio tra questi due registri è presente solo nella traduzione siamo di fronte a un problema, proprio per quel discorso, cui accennavamo all'inizio, sull'IMPATTO che la traduzione deve avere sullo spettatore. Impatto che deve essere paragonabile a quello provocato nel lettore madrelingua del testo originale, o comunque tendere a questo risultato il più possibile.

Nella proposta di Fatica si riscontra spesso un'eccessiva ricercatezza nel registro formale, anche quando l'originale ricorre a parole estremamente piane e poco marcate (capita anche il contrario, ma in casi molto più rari).

Se la vecchia traduzione era accusata di un utilizzo eccessivo di arcaismi (negli anni '60 questa cosa forse era meno percepita rispetto a oggi), la versione di Fatica indulge in arcaismi ancora più appariscenti, e spesso (fatto ancora più stridente) mescolandole a un registro totalmente diverso (es. Libro IV, capitolo IX "La tana di Aragne"), rendendo così lo stile della sua prosa una sorta di mostro di Frankenstein, che distrae dal contenuto e soprattutto non fa il paio con l'impatto dell'originale, che era una prosa TUTTA allitterativa, TUTTA in un registro abbastanza medio.


Riporto il passaggio citato per intero (ot: uno dei più suggestivi del romanzo), prima in originale, poi nella traduzione del '67, e infine nella versione di Fatica:


Originale:

"There agelong she had dwelt, an evil thing in spider-form, even such as once of old had lived in the Land of the Elves in the West that is now under the Sea, such as Beren fought in the Mountains of Terror in Doriath, and so came to Luthien upon the green sward amid the hemlocks in the moonlight long ago.

How Shelob came there, flying from ruin, no tale tells, for out of the Dark Years few tales have come.

But still she was there, who was there before Sauron, and before the first stone of Barad-dûr; and she served none but herself, drinking the blood of Elves and Men, bloated and grown fat with endless brooding on her feasts, weaving webs of shadow; for all living things were her food, and her vomit darkness.

Far and wide her lesser broods, bastards of the miserable mates, her own offspring, that she slew, spread from glen to glen, from the Ephel Dúath to the eastern hills, to Dol Guldur and the fastnesses of Mirkwood. But none could rival her, Shelob the Great, last child of Ungoliant to trouble the unhappy world.

Already, years before, Gollum had beheld her, Sméagol who pried into all dark holes, and in past days he had bowed and worshipped her, and the darkness of her evil will walked through all the ways of his weariness beside him, cutting him off from light and from regret."


Traduzione 1967:

"Essa dimorava lì da tempi immemorabili, malefico essere a forma di ragno, lo stesso che anticamente errava nella Terra degli Elfi in quell'Occidente ormai sommerso dal Mare, lo stesso contro il quale lottò Beren nei Monti del Terrore nel Doriath, e che poi in un remoto chiaro di luna si recò da Luthien sull'erba verde fra le cicute.

Nessuna storia narra in che modo, fuggendo dalla rovina, Shelob fosse giunta lì: pochi sono i racconti tramandati dagli Anni Oscuri.

Eppure era ancora in quel luogo, colei che vi era arrivata prima di Sauron, prima che fosse posta la prima pietra di Barad-dûr; e non serviva altri che sé stessa, bevendo avidamente il sangue di Elfi e Uomini, grassa e gonfia per via dell'interminabile rimuginare i suoi banchetti, tessendo ragnatele d'ombra; ogni essere vivente era il suo cibo, e il suo vomito era oscurità.

Le sue orride covate, bastardi dei miserevoli maschi della propria progenie, che uccideva, si erano disperse a destra e a sinistra, fra monti e valli, dall'Ephel Dúath ai colli orientali, sino a Dol Guldur, la fortezza del Bosco Atro. Ma nessuno poteva rivaleggiare con lei, Shelob la Grande, ultima figlia di Ungoliant, nel tormentare il mondo infelice.

Già molti anni addietro Gollum l'aveva veduta, quello Sméagol che scrutava in tutti i buchi neri, e si era inchinato innanzi a essa, adorandola; e l'oscurità della sua malvagia volontà l'aveva accompagnato ovunque durante il suo stanco cammino, allontanando da lui ogni luce e ogni rimorso."


Traduzione 2020:

""Lì essa dimorava da un'eternità, malefica creatura a forma di ragno, di quelle che una volta vivevano nel Paese degli Elfi a Occidente, ormai immerso dal Mare, di quelle contro le quali combatté Beren, sulle Montagne del Terrore del Doriath, prima di giungere tanto tempo fa da Luthien, sull'erba verde, in mezzo alle cicute, al chiar di luna.

Come Aragne fosse giunta lì, in fuga dal disastro, nessuna storia lo riporta: poche le storie tramandate dagli Anni Oscuri.

Eppure era ancora lì, colei che c'era prima di Sauron, e anzi che fosse posta la prima pietra di Barad-dûr; e lei serviva soltanto sé stessa, beveva il sangue di Elfi e Uomini, resa enfia e grassa dal rimuginio initerrotto sui banchetti, tesseva ragnatele d'ombra; ogni creatura vivente era il suo cibo e tenebra il suo vomito.

In lungo e in largo i suoi grami rampolli, bastardi di antichi miserabili, la sua stessa progenie che ammazzava, erano sparsi per le valli, dall'Ephel Dúath ai colli orientali, fino a Dol Guldur e alle roccaforti di Boscuro. Ma nessuno poteva rivaleggiare con lei, Aragne la Grande, ultima figlia di Ungoliant, ad affliggere lo sventurato mondo.

Anni addietro Gollum l'aveva già vista, Sméagol che ficcanasava in tutti i buchi scuri, e in passato si era prosternato e l'aveva adorata; e il tenebrore della malevolenza di Aragne lo accompagnava lungo tutti i sentieri del suo sfinimento, separandolo dalla luce e dal rimorso."


Non credo sia necessario rimarcare i problemi che abbiamo davanti.

Per quanto la vecchia traduzione contenga delle inesattezze (minime) "di contenuto", vorrei focalizzarmi sul lessico della versione di Fatica.

L'impressione generale è quella di una prosa estremamente pesante, sia per lessico sia per sintassi sia per periodare. Nell'originale inglese non si percepisce la stessa sensazione, pur essendo un inglese estremamente poetico e maestoso.

Leggere nella stessa frase "enfia" [da "bloated", lett. "gonfiata"] e "tenebrore" [da "darkness", lett. "oscurità"] e poi imbattersi in "buchi scuri" (coerente con il registro piano dell'originale, appunto, ma terribilmente stridente rispetto al registro super-marcato [ed estremamente arbitrario rispetto al testo inglese] degli altri due termini; a questo punto, come abbiamo già detto, O TUTTO O NIENTE) fa saltare sulla seggiola, e conferma esattamente quello che ho affermato all'inizio: registro piano e registro marcato non devono essere accostati a cuor leggero, specie se il testo originale non contempla queste "intemperanze".


  1. Oltre al lessico, anche la sintassi è spesso manipolata in funzione di conferire al testo una maggiore poesia e capacità evocativa.

Anche in questo caso l'alternanza dei registri gioca a sfavore, e crea buffe situazioni, in cui singoli paragrafi risultano estremamente allitterativi e in "prosa poetica", ma costituiscono fondamentalmente degli esempi stand alone, essendo circondati da una prosa decisamente meno forbita e poetica, e creano dunque un insieme molto stridente e fastidioso. Un esempio lampante si trova nel Libro III, capitolo II "I cavalieri di Rohan", l'inciso descrittivo sulle scarpate dell'Emyn Muil.


Riporto il passo completo:

Originale:

"The dale ran like a stony trough between the ridged hills, and a trickling stream flowed among the boulders at the bottom.

A cliff frowned upon their right; to their left rose grey slopes, dim and shadowy in the late night.


Trad. 1967:

"La valle correva tra le creste dei colli, simile a un ghiaione, e un esile ruscello mormorava in fondo tra le grosse pietre.

Una rupe si ergeva minacciosa alla loro destra, mentre a sinistra s'innalzavano grigi pendii, vaghi e indistinti nelle ombre della notte tarda.


Trad. 2020:

"Come una conca sassosa, la convalle correva tra le colline crestate, e sul fondo un torrentello scorreva in mezzo in mezzo ai massi.

Una falesia si stagliava corrucciata sulla destra; erti sulla sinistra grigi pendii, vaghi e ombrosi a tarda notte.


Si può notare come il tentativo, lodevole in sé e per sé ma disastroso nella realizzazione a mio parere, sia di ricreare l'allitterazione del brano originale (qui nemmeno ai suoi massimi livelli di densità, bisogna notare), e di farlo in una bella prosa aulica (facendo ricorso a inversioni, alla trasformazione da proposizione esplicita a implicita – da "rose" a "erti" – , e ad altre figure retoriche della sintassi, oltre che con l'utilizzo del lessico ricercato di cui sopra); peccato che prima e dopo non vi sia niente che confermi questo registro, cosicché sembra un'improvvisa e ingiustificata incursione di uno stile lirico, e questo rivela drasticamente (e interrompe l'immersione nel racconto a causa di una istintiva considerazione metatestuale) la presenza del traduttore, e il suo esperimento "poetico".

Certo, nella storia delle traduzioni di grandi classici esistono meravigliose traduzioni "d'autore" (Monti, Leopardi, Quasimodo, Pavese), che si comportano in questo modo, ma lo fanno in maniera sicuramente più coesa e coerente, qui sembra solo un sample di traduzione allitterativa per strizzare l'occhio ai conoscitori del testo originale, ma che distrugge la compattezza di stile di un ROMANZO (non dimentichiamolo), che ha innanzitutto l'urgenza di raccontare una storia piuttosto solida, e sappiamo per certo che Tolkien non anteponeva mai una delle due istanze a discapito dell'altra.

Questi tentativi, dunque, sebbene a volte possano risultare parzialmente riusciti nel loro intento, il più delle volte creano brutte stonature, con periodi inutilmente circonvoluti e astrusi.

La difesa a queste critiche è stata quella di voler restituire una lingua arcaica, ma questa operazione non è stata fatta con la costanza o il metodo necessari, per cui andrebbe parzialmente rivista (come dicevamo, o tutto o niente). Il registro della vecchia traduzione era appunto un registro letterario medio, e pertanto riusciva con un buon livello di approssimazione a mantenere un impatto simile a quello provocato dalla lettura del testo originale in un lettore di lingua inglese.


  1. Altro aspetto, a mio parere fondamentale, consiste nell'imprecisione dimostrata nel restituire il mondo narrativo, specialmente nelle sequenze descrittive che nell'originale tracciano un ritratto molto preciso dell'ambientazione e facevano capo ad una precisa idea mentale che Tolkien aveva (per es. di elementi geografici o culturali) (vd. sempre Libro III, capitolo II, supra): Falesia” non è una traduzione sbagliata per “cliff”, e “corrucciata” non è una brutta resa di “frowned upon”. Il problema non è la correttezza della traduzione in sé, come abbiamo già ribadito, ma la comprensione e la resa del CONTESTO.

Mi spiego meglio: in quel punto il terzetto di inseguitori ha già superato una cresta di monti nell’entroterra, in un'intera notte di cammino, e dunque si trova ben lontano (svariati chilometri probabilmente) dal fiume Anduin, e anche dal lago in cui si raccoglie il fiume prima di precipitare nelle cascate di Rauros. E dunque quella “cliff” non potrà mai essere una falesia, essendo le falesie formazioni rocciose tipiche delle coste – nel nostro mondo ne abbiamo molti esempi famosi in Europa del Nord (tipo le Cliffs of Moher irlandesi o cento altre falesie in GB e nelle Fær Øer). Quella di cui parla il paragrafo è dunque una dannata RUPE (quod erat demonstrandum).

Casi come questo sono davvero innumerabili, e, sebbene si farebbe un torto se si pretendesse da qualunque traduttore di entrare in questioni così minuziose, almeno ci si aspetterebbe l'utilizzo del buon senso o comunque una certa parsimonia nell'usare termini così marcati e più soggetti a fraintendimenti.

In poche parole: se non hai modo di stabilire se siamo di fronte a una falesia o a una semplice rupe, prediliggi SEMPRE E COMUNQUE il termine più piano in lingua italiana, dato che "falesia" è un termine molto specifico, mentre "cliff" ha numerosi significati, di cui alcuni molto più generici come appunto "rupe".

Questo è non solo un metodo meno rischioso, ma che produce anche risultati meno fuorvianti per il lettore.

Poi, volendo essere più pungenti, ho da fare una considerazione: quando ero ragazzo ho letto Tolkien con l’Atlante della Terra di Mezzo aperto accanto al libro.

Ogni miglio o lega di cammino (tutte contate e coerenti con i tempi della storia e con il realismo degli spostamenti, bello eh? Proprio come quegli altri autori di fantasy, quelli lì, aspetta.. come si chiamavano? Ah sì, NESSUN ALTRO), ogni cresta montuosa, ogni sciocchezza descritta in quelle pagine rifletteva, come abbiamo già detto, un’immagine geografica, orografica, topografica che il Professore aveva in testa.



Ecco la dimostrazione di quanto siano accurate la geografia e le distanze in Tolkien:
un prospetto completo di date e miglia percorse dell'itinerario di Bilbo & co. ne Lo Hobbit
(tavola tratta dallo splendido "The Atlas of Middle-Earth" di Karen Wynn Fonstad [Houghton Mifflin, 1981])


Tolkien era un tipo che aveva viaggiato molto, conosceva il mondo e (amando molto la natura e dilettandosi spesso in lunghe passeggiate nei boschi) sapeva descrivere un paesaggio naturale con estrema puntigliosità, quasi fino alla maniacalità (spesso accompagnava i propri manoscritti con disegni, era anche un bravo illustratore, e visualizzava molto quello che scriveva, ecco perché le sue descrizioni sono così minuziose).

E lo stesso si potrebbe dire per qualunque ambito descrittivo o narrativo toccato nelle sue opere: architettura, storia, genealogie, fisionomie, botanica (era un grande appassionato ed esperto di botanica e amante degli alberi), cucina, etc. La lista potrebbe essere infinita.

Tutto questo può anche sembrare una polemica oziosa, una puntualizzazione da fanatici, e a ben ragione.

Ma vedere quanto studio ci fosse dietro questioni così minute, al punto che Tolkien viene oggi considerato uno dei più grandi “world-builder” di tutta la storia della letteratura mondiale, dà la misura di quanto profondo e concreto fosse questo “gioco letterario”. E sarebbe ancora niente in confronto al lavoro sulle lingue (del resto il Professore era un linguista e filologo, prima di tutto il resto, e il suo “vizio segreto” consisteva proprio nel creare lingue di fantasia), ma approfondire questo richiederebbe troppo tempo.

Non voglio sembrare troppo intransigente, ma ritengo che, nel momento in cui ci si approccia a un progetto di traduzione di questo calibro nel 2020, con mezzi e risorse a disposizione sicuramente superiori a quelli che poteva avere Vicky Alliata quindicenne negli anni ‘60, ci si aspetterebbe almeno che lo si faccia cercando di comprendere e di immergersi un pochino nel CONTESTO.

Almeno quanto lo poteva fare un ragazzino che leggeva un romanzo con l’Atlante di Arda aperto accanto al libro. Quando approcci un Legendarium così complesso ti tocca essere estremamente meticoloso. Almeno quanto il solito ragazzino che si annotava su un foglio i caratteri runici e scopriva con sorpresa che la traslitterazione della frase sulla tomba di Balin era effettivamente l’epigrafe letta da Gandalf, rispettivamente in Khuzdul e in phonetics di Middle English (non sto scherzando).



Quando tocchi un pezzo come Tolkien devi aspettarti QUESTO livello di pignoleria, da parte dei suoi lettori. Non si tratta di difendere la presunta "purezza" di un autore, ma di valorizzarne le differenze rispetto ai suoi predecessori e ai suoi epigoni. Queste peculiarità sono il vero patrimonio da difendere e trasmettere, altrimenti si rischia di trasformarlo in un esempio tra tanti della c.d. "letteratura fantasy". E questo perfino Ottavio Fatica lo riterrebbe sminuente e banale.


  1. Ai dialoghi è stato conferito un taglio troppo caricaturale, nel tentativo di rimarcare ed evidenziare le differenze tra i vari personaggi. La caratterizzazione dei personaggi è sì evidente, leggendo l'originale, ma non si discosta mai troppo da quel registro medio che abbiamo più volte citato. Non scade mai nel pittoresco o nel macchiettistico, quando passiamo da Aragorn e Gandalf, a Gimli o agli Hobbit, per esempio. La scelta troppo zelante di Fatica è stata invece quella di creare registri MOLTO diversi per i vari personaggi, ancora una volta a discapito della coesione stilistica.

Avanzo un'ipotesi: è possibile che la maggiore differenza tra parlate "alte" e "basse" della lingua italiana rispetto alla lingua inglese contribuisca a creare un gap, un divario tra il "livello massimo" e il "livello minimo" molto più esacerbato che nell'originale.

Ecco perché occorreva forse, nel passaggio al nostro idioma, rientrare in un registro "letterario" più equidistante dalle varie istanze di caratterizzazione, mantenendo comunque le differenze sufficienti ad apprezzare l'unicità di ciascun personaggio.



  1. Altro aspetto, legato al precedente, consiste nell'utilizzo di "regionalismi" italiani, non sempre giustificato dal contesto e spesso dagli effetti involontariamente comici (vedi gli ormai famosi "spisciolare", "pischello" e altri casi ormai denunciati da parecchi commentatori).

D'altro canto Fatica fa spesso ricorso a etimologie e radici strettamente riconducibili alla classicità o all'area neolatina/romanza (vd. "Castaldo", "Marese", "Aragne"), in un tentativo di riportare a coordinate più "familiari", perché tratte dal mondo reale, nomi ed elementi narrativi che però, sia nell'opera originale sia nella vecchia traduzione (entro certi limiti), avevano una loro originalità e indipendenza rispetto a references culturali del nostro mondo (o semmai erano influenzate dalle lingue di area nordica, certo non mediterranea).


[si tratta effettivamente di un equilibrio delicatissimo, che ha messo a dura prova anche i reparti artistici – per il design di costumi, scenografie, documenti di scena, insomma per la creazione di una vera e propria lore, totalmente originale – dell'équipe di Peter Jackson per la Trilogia del SdA 2001-2003, nella fattispecie tutto il lavoro creativo svolto dagli studios della Weta Wokshop e Weta Digital.

Il problema che si poneva era il seguente: come fare a rendere la cultura degli Elfi senza che sembri una scopiazzatura di culture esistenti? Come fare a conferirle identità originale e al contempo credibile?

Centinaia di artisti (coadiuvati e ispirati dai geniali disegnatori Alan Lee e John Howe) si sono misurati con questo problema, giungendo il più delle volte a soluzioni sublimi, che ancora oggi testimoniano come il progetto cinematografico della Trilogia abbia sostanzialmente creato un nuovo PARADIGMA di world-building anche per il cinema].


Questo tipo di approccio ha generato un effetto, in realtà affascinante da considerare ma a mio parere meno "esotico" del valore fonosimbolico delle scelte precedenti, di una prosa più "fiabesca", più vicina alla tradizione delle fiabe popolari nostrane (o nelle traduzioni storiche di fiabe europee), in cui la tendenza era quella di utilizzare molti nomi dal significante aspro e cacofonico (cfr. Farfaraccio, Cappabigia, Entorrente, tutte parole con molte allitterazioni di consonanti occlusive o fricative, che creano questo stridore tipico di un certo tipo di narrazione infantile e favolistica).

Ripeto, il fascino di questa operazione è indubbio, ma mi chiedo se non si sia andati in una direzione totalmente diversa rispetto a quella intrapresa (consapevolmente2**) dalla vecchia traduzione, che puntava appunto a una lingua "media", senza per questo disdegnare incursioni in registri semmai più vicini alla musicalità delle lingue celtiche o norrene (decisamente più in linea con l'universo letterario cui si riferiva Tolkien), e che prima dell'arrivo del SdA sulle librerie italiane era raro trovare in opere di finzione, e più ricorrenti in testi accademici sulle letterature germaniche e anglo-sassoni.


  1. Vorrei dedicare questo punto (chiedo scusa se sarà molto prolisso) al "debunking" di alcune osservazioni di Fatica (comparse qualche mese fa nell'incontro online del Salone del Libro di Torino 2020), che mi sembra abbiano confermato tanto il suo alto livello di cultura letteraria quanto il suo completo fraintendimento di Tolkien e della sua poetica.

Fatica, interrogato sulla "voce" di Tolkien, risponde in maniera molto intelligente, che riporto di seguito:


«Quando [Tolkien] recita le poesie, [come sappiamo] da alcune registrazioni, lo fa con la sua vera "voce" [letteraria], una voce esageratamente arcaica e inventata; sembra di sentire un elisabettiano che recita una poesia, non un uomo degli anni '30/'40, ben educato come lui, oxfordiano, e quindi con una dizione pulita e magari difficile. No, è proprio una pronuncia rozza, antica, volutamente forte. Anche nel testo c'è questo aspetto, e peraltro cambia anche lungo il percorso, sia perché lo ha scritto in tempi lunghissimi, e sia perché [...] [alcuni aspetti di "asperità" del testo] si intensificano. [Il percorso degli Hobbit nel Libro IV procede] in zone ancora più impervie anche sul piano letterario.»


Queste affermazioni rivelano che Ottavio Fatica, di questo gli va reso atto, ha compreso a fondo, e cercato di restituire, un tratto fondamentale della scrittura di Tolkien, che è poi un aspetto comune a molti grandi autori letterari, ovvero la correlazione profonda tra forma e contenuto, tra significante e significato.

Questi due elementi si tengono costantemente, l'uno riverbera nell'altro, e il risultato, potremmo quasi dire, somiglia a una lunghissima filastrocca di 1300 pagine, composta in questa lingua, artificiale e naturalissima al tempo stesso, che costituisce appunto la sua "voce".

Fatica giustamente sottolinea la trasformazione che il testo subisce man mano che la storia prosegue. La prosa si fa, è vero, più aspra e dura nelle fasi finali, come se accompagnasse, con uno stile sempre più cupo, il cammino dei protagonisti che si avvicinano alla Terra d'Ombra; ed è vero che questo si nota maggiormente nel Libro IV, in cui seguiamo dettagliatamente il percorso di Frodo e Sam dal luogo in cui si scioglie la Compagnia fin dentro Mordor.

Tuttavia il modo in cui Fatica ha reso tutte queste caratteristiche del testo è impreciso, e aderisce soltanto in parte ai principi da lui stesso evidenziati in questo intervento.

La critica che io rivolgo al modo in cui sono stati trattati tutti gli elementi di cui sopra (lessico, sintassi, marche stilistiche e restituzione del contesto) dev'essere interpretata come una critica all'ESTREMIZZAZIONE, all'interpretazione pedissequa di questi principi.

Rendere con "seracco" o "orrido" (per citare gli esempi portati da Fatica in quella stessa sede) i termini tolkieniani (come "pinnacle" o "slope", i quali, non vorrei ripetermi ma, sono decisamente più piani) è troppo perfino per la ricchezza lessicale messa in campo nel SdA, rivela un gusto quasi perverso per la ricerca del termine troppo tecnico o insolito, o in altri casi produce un effetto troppo ricercatamente "letterario", che oltretutto si attaglia a una cultura letteraria molto diversa da quella che Tolkien immaginava per la sua storia.

Stessa cosa si potrebbe dire per tutto il resto, non torniamoci più.

Tornando all'intervista, Fatica viene successivamente interrogato sul suo parametro di "fedeltà al testo". E qui casca l'asino, come si poteva prevedere.


Per rispondere Fatica fa una serie di esempi:


Tradurre "whithersoever" con "ove che sia": è un hapax, ho cercato il passo a cui si riferisce, si trova nel capitolo V del III Libro, "Il cavaliere bianco".


Brano in originale e trad. '67:

Do I not say truly, Gandalf,’ said Aragorn at last, ‘that you could go whithersoever you wished quicker than I?’

Non ho forse ragione, Gandalf’, disse infine Aragorn, ‘quando dico che potresti giungere ovunque molto più rapidamente di me?’


Fatica afferma che "whithersoever" è "una parola del '300", ecco perché l'ha resa con una perifrasi quasi boccaccesca. Sta in piedi questo ragionamento? Non credo.

Ammesso e non concesso che "whithersoever" non abbia occorrenze molto più recenti (fino al XIX secolo è attestata in diverse opere, basta fare una breve ricerca sul web), è abbastanza improponibile appesantire il dialogo di Aragorn con una perifrasi che non è nemmeno arcaica di per sé, ma è terribilmente stonata nel contesto della frase ("potresti giungere ove che sia più rapidamente di me". Risulta poetico in maniera artefatta e ridicola).


Tradurre "weregild" con "guidrigildo": questo termine ha tre occorrenze nell'Appendice A e una nella Compagnia, precisamente al Consiglio di Elrond.

"Guidrigildo" è un termine tecnico del diritto penale di alcune popolazioni germaniche, fa riferimento alla somma di denaro che stabiliva il valore teorico di un essere umano, solitamente intesa come risarcimento alla sua morte, destinato alla famiglia.


Le occorrenze nel testo sono le seguenti:

-Al Consiglio di Elrond (Libro II, Capitolo II) è raccontata da Elrond la storia di come Isildur ottenne l'Anello, reclamandolo come "weregild" per il padre e il figlio.

Nella traduzione Alliata/Principe questo passaggio è reso con la frase "terrò questo in memoria di mio padre e di mio fratello". Effettivamente sembra una soluzione troppo astratta, come se Isildur considerasse l'Anello un pegno più emotivo, un memoriale, piuttosto che un vero e proprio "risarcimento", cosa che invece è resa chiara dalla scelta marcata del testo inglese.

- Nell'Appendice A, "Annali di Re e Governatori", è raccontata la storia di Eorl, futuro primo Re di Rohan, e di come il cavallo imbizzarrito soprannominato Flagello (Mansbaneuccide il padre di Eorl, Léod. A quel punto Eorl tra lo stupore dei presenti si rivolge all'animale, lo ribattezza Felaróf e lo sceglie come suo destriero, privandolo così della libertà che tanto agognava, tanto da non lasciarsi domare da nessuno. Questo "scambio" viene definito da Eorl stesso nel dialogo appunto "weregild".

-Più avanti, quando si elencano i Re di Rohan e le loro cronache, si fa riferimento al "weregild" pagato dal Sovrintendente Tùrin II di Gondor a Re Folcwine di Rohan per la perdita di due suoi figli, morti in una battaglia nell'Ithilien in aiuto dei Gondoriani.

-Nella sezione sul Popolo di Durin, quando si racconta della vittoria di Thráin ad Azanulbizar, i Nani che non appartenevano alla Casa di Durin e che avevano militato a fianco dei loro fratelli rifiutano di prestare ulteriore aiuto a Thráin, dato che già dovranno rinunciare ai "rewards" e ai "weregild" per i loro morti.


Dagli esempi che abbiamo visto, risulta che la scelta di Fatica è più che corretta, almeno per quanto riguarda le Appendici, dove una terminologia più cronachistica e tecnica non risulta affatto fuori luogo. Utilizzare "guidrigildo" in un contesto che, evidentemente, richiama il mondo e l'apparato di regole tipici del Medioevo europeo è più "indolore" di tante altre scelte che abbiamo analizzato. Termini più generici come "risarcimento" (che tra l'altro nell'ultimo esempio è presente in rewards) sarebbero stati troppo approssimativi.

"Risarcimento" sarebbe forse bastato a rendere l'idea nel dialogo del Consiglio di Elrond, ma capisco l'importanza data al concetto di "non differenziare nella traduzione se il testo originale non lo fa", per cui va benissimo così.


Dopo questi esempi Fatica afferma, per rimarcare il suo concetto di fedeltà:


«Segui [l'autore] in tutto, anche nelle cose strane, [per esempio] gli anacronismi. Questa è una cosa che fa abbastanza ridere: io non potevo scrivere "in fila indiana" [come nella traduzione di Alliata/Principe] perché i Pellerossa non c'erano. [...] Oppure "in picchiata": gli uccelli non vanno "in picchiata" perché non c'erano ancora gli aerei e non potevo usare quella metafora.
Però lo stesso Tolkien è ambiguo: improvvisamente c'è una driade, cioè una semidivinità greca
[...], se tu vai a leggere il testo a fondo, improvvisamente e un'unica volta, trovi "gioviale". Ma gioviale viene da Giove! Allora cominci a discutere anche con lui. Oppure io volevo mettere "non c'è un'anima viva in giro". Ma l'anima non esisteva come categoria. [...] Ecco, stai dietro a uno scrittore rigo per rigo, parola per parola.
Oppure: muore Re Denethor
[*Theoden] e viene portato via sopra dei "spear-truncheon". Io andavo a cercare dappertutto cosa diavolo fosse, finché l'ho trovato: è una citazione da una traduzione dell'Ariosto dell'800. [...] "troncon di lancia" in italiano.»


Non ho le competenze e gli studi accademici necessari per confutare adeguatamente l'ultimo esempio, posso solo confermare il mio parere sulle differenze culturali tra letterature così diverse e non tutte adatte a restituire il linguaggio del SdA (a prescindere dalla resa di questo esempio specifico, che, seppur pedissequo nel voler mantenere la troncatura di Ariosto, mi sembra sia abbastanza letterale, non si scappa).

Per chi fosse interessato a un'analisi dettagliata sull'argomento, rimando a un esaustivo e prezioso post di Oronzo Cilli, autore, per restare in argomento, di "Tolkien's Library: An Annotated Checklist", testo che ci proietta nella biblioteca del Professore, e ci aiuta a capire come rielaborasse le fonti e come, per esempio, attingesse sempre alle opere originali e mai alle traduzioni (il che basterebbe a smentire alcune delle elucubrazioni di Fatica – che infatti si dice curioso sull'eventualità che qualcuno compia degli studi sulla biblioteca di Tolkien, beh Fatica, eccoti accontentato! – sulla presunta influenza di traduzioni inglesi dell'Ariosto e altre inferenze di questo tipo).

Ecco il link al post di Cilli:

https://m.facebook.com/oronco.cilli.tolkieniano/posts/10158268047629509


Ciò su cui mi voglio concentrare sono gli esempi precedenti, a mio modo di vedere segnale allarmante di come Fatica abbia frainteso lo statuto del narratore del SdA, il che spiegherebbe la causa di molte delle scelte che fin qui abbiamo evidenziato come erronee, e di come questo fraintendimento produca una confusione gravissima: quelli che Fatica addita come anacronismi e incongruenze tra il linguaggio del narratore e il mondo narrativo ("in fila indiana", "in picchiata", "driade", "gioviale"), sono semplicemente espressioni del parlato, del tutto giustificabili in un romanzo come quello in questione, che non compie un lavoro mimetico "uno a uno" di opere del passato.

QUESTA è la chiave di lettura giusta per comprendere l'approccio di Fatica: l'aver frainteso il narratore. Tolkien non imita pedissequamente né uno dei suoi linguaggi inventati (che poi sarebbe l'Ovestron, la Lingua Corrente, quella in cui si esprimono i protagonisti e quella da cui, se accettiamo il patto narrativo del SdA, il narratore "traduce" gli scritti di Bilbo che riportano gli eventi della storia, integrandoli costantemente con elementi di narrazione onniscente – Tolkien NON coincide con Bilbo in alcun modo) né un linguaggio reale (è più Manzoni che Borges, se questa metafora aiuta a capire cosa intendo: il narratore del SdA rielabora testi – fittizi – risalenti a un passato anteriore rispetto al tempo in cui scrive, in un linguaggio che non è né quello strettamente diegetico, né quello dell'autore, e di noi lettori, ma un ibrido, una lingua "artificiale", se vogliamo, che è proprio quella che Fatica ha mancato di esprimere, essendo partito da premesse così sbagliate non dovrebbe nemmeno sorprenderci).

Non ha senso scandalizzarsi se la traduzione italiana di Alliata/Principe utilizza "in fila indiana" o "in picchiata", fintantoché esprime in maniera efficace ciò che si trova nel testo originale. Sono espressioni talmente tanto consolidate nel parlato che non avrebbe senso farne a meno, solo per il fine di mantenere un registro conforme alla diegesi, quando il narratore NON è puramente diegetico. Sarebbero anacronismi se messi in bocca a qualche personaggio, casomai, ma non lo sono affatto in bocca al narratore.

Non ha senso scandalizzarsi se Tolkien usa "gioviale" (vado a memoria, credo nel brano in cui descrive la natura allegra e amichevole degli Hobbit) o "driade" (il passo cui si riferisce Fatica è in "Erbe aromatiche e stufato di coniglio", capitolo IV del Libro IV, viene utilizzato in una metafora per descrivere la bellezza del paesaggio dell'Ithilien). Sono immagini che il narratore legittimamente usa in lingua inglese (e il traduttore è dunque autorizzato a trasporle tali e quali) per esprimere concetti e qualificare personaggi, luoghi o situazioni.

Il caso di "anima", così come è stato posto da Fatica, è ancora più controverso. Assodato che nell'espressione figurata dell'esempio, l'uso del termine "anima" risulterebbe più che accettabile, per i motivi appena elencati, ma qui Fatica ha detto una cosa proprio SBAGLIATA, e non è stato corretto da Arduini (certo, sarebbe stato poco consono contraddirlo in un contesto ufficiale di promozione del suo lavoro, del resto il pubblico del Salone del Libro di Torino non è di sicuro la sede più adatta a dissertare della lore tolkieniana, ma tant'è): il concetto di "anima" nel Legendarium tolkieniano ESISTE ECCOME, ed è il fëa ("anima" o "spirito" in Quenya, la lingua degli Alti Elfi). Concetto forse leggermente diverso dall'anima propria della nostra cultura occidentale, il fëa, come quasi tutte le nozioni di anima conosciute è generalmente contrapposto al corpo, hröa (come succede anche in alcune filosofie orientali, come ken e zen nel buddhismo).

Per cui lo scrupolo di Fatica nel tradurre "So far they had not met a soul on the road." con "Non avevano incontrato anima viva cammin facendo" (questa la traduzione di Alliata/Principe, forse meglio tradurre letteralmente "lungo la strada", ma il concetto resta) è doppiamente infondato.

Insomma questo punto della mia analisi dovrebbe aver reso chiaro una volta per tutte il motivo delle mie perplessità. Potranno sembrare sottigliezze, ma rivelano quella superficialità di cui ho parlato sopra, non tanto o non solo da parte del traduttore, ma anche (cosa ancor più grave e sospetta) da parte di quel "comitato scientifico" che avrebbe dovuto scampare il lavoro proprio da rischi di questo tipo.


  1. Ultimo punto, forse meno sostanziale (e su cui il povero traduttore stavolta non ha alcuna responsabilità) ma comunque significativo, riguarda la veste editoriale di questi volumi (ancora solo i primi due) e in generale alcune osservazioni "esterne" sul progetto nel suo insieme.

Molti hanno lamentato l'assenza delle mappe, strumenti a dir poco fondamentale per un lettore di Tolkien, che era, tra le altre cose, un "mappiere" molto fantasioso. La ragione pratica è che all'epoca della pubblicazione de La Compagnia dell'Anello e de Le Due Torri non tutti i toponimi erano stati ri-localizzati.

Bompiani, facendo felici molti appassionati, ha già annunciato che l'insieme delle tre mappe complete (Middle-Earth, Contea e Gondor/Rohan/Mordor, così come Tolkien avrebbe desiderato per ogni edizione del suo romanzo) sarà allegato al terzo e ultimo volume, in uscita proprio in questi giorni.

Sebbene dunque si sia trattato di un problema temporaneo, nonché brillantemente risolto dalla casa editrice con un "extra" da veri tolkieniani (la mappa della Middle-Earth meridionale è sempre stata bistrattata dalla stragrande maggioranza delle edizioni del SdA), è uno di quegli aspetti che fanno riflettere, in maniera più generale sul perché si sia deciso di pubblicare la prima parte a progetto di traduzione non ancora ultimato. Perché questa fretta?

Molti hanno potuto registrare un lieve cambio di stile tra prima e seconda parte: Le Due Torri avrebbe meno "stranezze" e un linguaggio meno artefatto rispetto allaCompagnia, dove non passavano pochi paragrafi senza trovare una delle caratteristiche discutibili fin qui discusse.

Che Fatica, in seguito alla levata di scudi di una parte così grande di pubblico, abbia corretto leggermente il tiro? Lui stesso afferma che man mano che si va avanti il linguaggio cambia, tuttavia qui si sta parlando di una cosa diversa: c'è stato un evidente "depotenziamento" di alcune delle linee di metodo imposte al progetto.

Se da un lato questo ci permette di tirare un sospiro di sollievo, dall'altro è ancora più preoccupante, e torniamo al discorso iniziale riguardo alla situazione odierna del mestiere del traduttore, e dei rischi che si corrono se quella invisibile barriera che lo separa dal pubblico dovesse venire a infrangersi.

Il Signore degli Anelli, sebbene diviso in tre volumi e generalmente considerato nella vulgata una "trilogia", è un romanzo unico, e a prescindere dalle contingenze dell'uscita di questa traduzione essa resterà, e sarà per molti lettori lo strumento per conoscere l'opera. È pericoloso partire al galoppo e finire al trotto, non so se mi spiego. A questo punto sarebbe stato meglio avere una coesione anche nel metodo di traduzione, magari completandola prima di far uscire il primo volume. In questo modo avremmo avuto anche la mappa già dalla prima uscita.

Continuando con un'altro piccolo "rimprovero" sulla veste grafica, molti si sono chiesti la ragione di utilizzare fotografie satellitari di Marte nelle copertine.

Certo, ogni casa editrice è libera di fare le scelte (estetiche o di marketing) che vuole (a me le edizioni precedenti di Bompiani piacevano tantissimo, mi sarei aspettato un'evoluzione di quello stile lì), ma voglio solo fare presente che per Tolkien l'elemento grafico delle sue opere è sempre stata di enorme importanza.

Come abbiamo accennato, egli era anche il suo primo illustratore (nei manoscritti), ed è sempre stato solito, finché era in vita, controllare e approvare personalmente la presentazione estetica di tutte le edizioni – inglesi e non – delle sue opere pubblicate.

Cosa penserebbe delle immagini di Marte? È di sicuro un concetto interessante, ma quanto si lega al Legendarium e quanto invece ha di puramente sensazionalistico?

Altra cosa che è stata fatta notare è l'assenza di prefazione (nella prima edizione completa, quella di Rusconi del 1970, era presente, oltre a una nota del curatore Quirino Principe, anche un'introduzione dello scrittore e filosofo Elémire Zolla [introduzione abbastanza agghiacciante, e che infatti provocò alcune delle polemiche politiche cui abbiamo accennato]). Perché non cogliere l'occasione di inserire un'introduzione "aggiornata ai giorni nostri", visto che si è fatto comunque un gran parlare proprio di questo? Magari lasciando stare una volta per tutte becere questioni ideologiche e dando all'autore il giusto posto nel panorama della letteratura e della sua ricezione nel nostro paese?

O almeno sarebbe stato auspicabile una prefazione editoriale "alla nuova traduzione italiana", come spesso si fa in questi casi, per fornire il contesto e raccontare come è stata presa la decisione di intraprendere questo ambizioso progetto.

Aggiungo un'ultima osservazione: dopo 53 anni dalla prima pubblicazione di questo romanzo in Italia sento forte il bisogno di un'edizione con note critiche, come già fu per Lo Hobbit, nell'edizione Bompiani del 2004 (tradotta dall'edizione del 1988 di Douglas A. Anderson), corredata da immagini, note sulle fonti e sulle revisioni al testo, saggi critici.

Mi rendo conto che il fine di questo specifico progetto non era esattamente questo, e non è escluso che in futuro Bompiani si deciderà a realizzare un'editio maior così come il capolavoro di Tolkien merita (spero dopo averci ripensato su alcune delle scelte di questa nuova traduzione!...).

Insomma, sarebbe stata forse l'occasione perfetta per un "Signore degli Anelli annotato", ma anche in questo siamo di fronte, a mio parere, a un progetto portato avanti a metà, e a una grande occasione mancata.


Fu Tolkien stesso a "dettare le condizioni" per le mappe che sarebbero dovute essere allegate al suo romanzo, in una lettera (n.137 dell'epistolario) al suo editore inglese Allen&Unwin:
«Le mappe mi preoccupano. Almeno una (e deve essere piuttosto grande) è assolutamente indispensabile. Secondo me ne servono tre: 1) della Contea; 2) di Gondor; e 3) una mappa generale a piccola scala dell’intero campo di azione […]
La 3 è necessaria sempre. La 1 è necessaria nel primo e nell’ultimo volume. La 2 è essenziale per il secondo e terzo volume».

Questa è la mappa n°1 (tratta dalla seconda di copertina de Il Signore degli Anelli illustrato da Alan Lee, [Bompiani 2003])

Mappa n° 2: Gondor, Rohan e zone limitrofe di Mordor
(tavola sempre tratta dall'
Atlante della Terra di Mezzo di Tolkien di Karen Wynn Fonstad)

Mappa n° 3: Quadro d'insieme della Terra di Mezzo
(pieghevole allegato in terza di copertina dell'edizione illustrata di cui sopra)



***


Mentre mi avvio verso la conclusione, spero che questa mia disamina non venga interpretata come un cherry picking degli aspetti negativi della nuova versione, né come il lamento nostalgico di un fan ottuso – e del resto ho cercato di illustrare le mie ragioni nella maniera più oggettiva possibile, senza risparmiare le dovute critiche anche alla vecchia traduzione e ai detrattori a prescindere della nuova.

Spero che venga vista come una proposta di riflessione sul tema della traduzione e su come queste questioni siano straordinariamente complesse quando si va a toccare un autore come Tolkien.

Se davvero avessi voluto concentrarmi sulle note stonate avrei potuto analizzare infiniti altri esempi lessicali, ancor più clamorosi e sinceramente imbarazzanti, comparandoli con il testo originale e dimostrando la loro assoluta arbitrarietà (da "manducare" – in bocca a Sam, poi! – a "compulsare", da "piancito" a "palagio", da "calanco" a "catafalco", da "undicentesimo" a "ultramondane", ce n'è di roba VERAMENTE bizzarra).

Tutta la ricerca svolta e l'enorme sforzo profuso rendono onore alla capacità di Fatica di movimentare la sua prosa, ma non rendono giustizia a un romanzo che di certo non punta a gongorismi, ma solo a raccontare una bella storia in un'ambientazione estremamente ben costruita.


Tanto per esser chiari (e non dare l'idea di trovarmi tra coloro che attaccano Fatica per "aver inserito troppi arcaismi" o per aver scritto in modo "incomprensibile"; a queste persone ho solo una cosa da dire: accrescete un po' di più il vostro lessico): io adoro la lingua italiana e la sua ricchezza lessicale, tra le più straordinarie al mondo, adoro imbattermi in termini inusitati ed eccentrici e provo un piacere squisito nella lettura di opere che adottano uno stile diverso dalla lingua più comunemente utilizzata.

Il caso in esame è diverso; qui l'intento sembra, come dicevo, un mero esercizio di stile, una dimostrazione di saper attingere a campi poco frequentati del lessico italiano per il puro gusto di creare un risultato bizzarro e che salti all'occhio, distinguendosi dal precedente senza aggiungere valore e impatto positivi per l'esperienza della lettura.

A me pare che dietro questo modus operandi si celi un atteggiamento da un lato elitista, dall'altro di chi non sembra curarsi (o non è stato adeguatamente istruito da chi aveva questo ruolo) di preservare la fedeltà di un certo tipo di TONO e di "discendenza letteraria" – non vi è traccia dell'atmosfera rielaborata da Kalevala, Edda, Ciclo dei Nibelunghi, etc che trasuda l'opera originale, e che è più che possibile trasporre con degli artifici nella nostra lingua; questo aspetto è stato completamente trascurato. E se da un lato potrà sembrare una richiesta eccessiva, dall'altro costituisce il vero cuore della "rivoluzione" avviata da Tolkien: quella cioè di trasferire in un'opera "pop" temi, argomenti, linguaggi e stilemi propri di un corpus letterario fino ad allora di esclusivo interesse degli accademici (cosa che gli valse sempre nella sua vita l'ostilità e il disprezzo di molti colleghi filologi e scholars di letterature antiche).


Altro elemento che rivela una certa superficialità di approccio (cosa che non mi aspetterei da un professionista di lungo corso, peraltro, e che dunque sottende una precisa intenzione, anche qui, frutto di un fraintendimento a monte) è il modo con cui alcune parole sono state utilizzate ignorandone il significato che hanno assunto con l'evoluzione della lingua italiana.

Un esempio già citato per tutti: "catafalco". Il significato figurativo di "struttura voluminosa e ingombrante", usato spesso con tono scherzoso e iperbolico, ha nell'italiano di oggi una maggiore incidenza rispetto al significato letterale di "impalcatura di sostegno per bara o struttura funebre", e questo fa sì che nella lettura ci siano degli inciampi, delle dissonanze di tono. È solo uno dei casi in cui la ricerca del termine "tecnico" o eccessivamente preciso o descrittivo – tra l'altro a fronte di corrispondenti nel testo inglese non altrettanto marcati, come ho già cercato di argomentare – ha nuociuto al risultato complessivo, e questo è qualcosa con cui un traduttore dovrebbe misurarsi, in sede di scelta delle singole soluzioni, o da cui dovrebbe quanto meno essere ragguagliato da chi, proponendosi come editor con funzioni anche di preservazione della fedeltà del testo, con tutto quello che ne consegue, gli è stato messo accanto in qualità di "comitato scientifico".

A questo proposito mi sorprende come l'AIST, e specialmente Roberto Arduini, che in altre circostanze è stato un rigorosissimo divulgatore e "difensore" dell'opera tolkieniana, non abbia avuto niente da eccepire su scelte che indubbiamente loro stessi erano consapevoli avrebbero generato perplessità, già prima di sottoporle al pubblico.


Dalle sue dichiarazioni, si può intuire che Fatica ha basato parte delle proprie ispirazioni su un'idea di italiano arcaico, nella convinzione che questo potesse creare tra la nostra lingua corrente e il "suo" italiano lo stesso gap che esiste tra la lingua inglese e quella di Tolkien. Sulla carta sembrerebbe un modo intelligente di procedere, peccato che tra noi e l'italiano cinquecentesco ariostesco vi è un intevallo molto più marcato che tra la lingua del SdA e le sue fonti (rielaborate e filtrate da un narratore comunque più moderno – se vogliamo il suo lavoro sulla lingua è più simile a quella compiuta da Manzoni con l'italiano dei Promessi Sposi, e anche lo statuto del narratore ha dei punti di contatto, come abbiamo discusso sopra).

Del resto Tolkien non scrive come né come Geoffrey Chauser né come l'anonimo del Beowulf, anzi compie un lavoro meticoloso, da vero studioso di letteratura, di patchwork e di ricerca stilistica sulla base di un gran numero di corpus letterari nord europei, con l'intento, mai celato, di edificare una NUOVA VERA mitologia inglese.

Mi sembra che Ottavio Fatica, pur essendo evidentemente un professionista colto e un uomo di grande sapere, non abbia avuto la conoscenza pregressa dell'autore, necessaria a calarsi nel mondo delle sue fonti, dei suoi principi letterari, delle sue ispirazioni e dei suoi processi creativi.

È stato fatto piuttosto un lavoro "alla rovescia", ricercando forzatamente legami con campi della letteratura in parte estranei o ostili al Professore, e cercando, questa è l'altra mia impressione, di creare un Tolkien "nostrano", dialettale, deformando, e non di poco, l'originaria identità dell'ambientazione.


Ora, per carità, neanche la vecchia traduzione era perfetta in tal senso (anzi!), ma la "piattezza" che gli è stata spesso rimproverata, in confronto allo sforzo della nuova proposta, appare più come un linguaggio effettivamente originale (con buona pace del riferimento di Alliata a Dante, endiadi e dittologie comprese: quelle potrebbero in effetti essere considerate delle licenze eccessive, appesantiscono di molto la prosa e possono essere scusate solo se caliamo il nostro punto di vista nel contesto culturale dell'Italia di quegli anni; ma Fatica non è da meno sotto altri aspetti), teso a restituire proprio quella nuova mitologia fantastica, che alla fine della fiera, costituisce la vera legacy di Tolkien per la letteratura inglese europea e mondiale.


Al termine di questa mia riflessione voglio aggiungere che probabilmente non potrà mai esistere una traduzione "perfetta" e in grado di accontentare tutti (in termini puramente "filosofici" questo vale per ogni opera). Il confronto col testo originale sarà sempre più illuminante e suggestivo. Cionondimento la versione italiana avrebbe potuto ricevere, in occasione della scelta sacrosanta di rifarla ex novo, un trattamento più "sentito", che avrebbe donato al testo un'identità nuova ma conforme al suo immaginario.




CONCLUSIONI:


Cercando dunque di tirare un po' le fila, la mia intenzione, lungi dal gettare discredito sul cimento del traduttore, che merita tutto il rispetto del caso, era piuttosto quella di mettere in luce errori strutturali di interpretazione di un autore complesso, in cui la lingua riveste un ruolo se possibile ancora più pregnante che in altri casi, per tutti i motivi che conosciamo, e per cui dunque l'opera di traduzione diventa particolarmente delicata e responsabile.


Non ho voluto approfondire troppo l'aspetto puramente polemico che è girato intorno al rilascio di questo prodotto, né mettermi a rispondere a tutti gli articoli livorosi di "critica alle critiche". La fallacia che vi ho riscontrata è sempre la stessa: voler polarizzare il dibattito sulla base di argomenti politici e di appartenenza. Mi rifiuto di scendere a patti con logiche così bieche in questioni di letteratura. Tant'è vero che ho cercato di bacchettare gli uni e gli altri, di non risparmiare colpi a nessuno dei due "schieramenti", colpevoli a turno (in maniera un po' ingenua o ipocrita a seconda dei casi) di aver cercato di portare la discussione su un piano che esula dal merito dell'opera. Errori di interpretazione e forzature sono stati compiuti dall'una e dall'altra parte, ma cercare di tirare per la giacchetta un autore così libero come Tolkien per dimostrare un punto così squallido lo trovo un miserevole atteggiamento.


L'unica riflessione che mi sembra davvero rilevante, e che a mio parere chiude la questione, è quella che ci porta a chiedere in quale delle due versioni si manifesti il "cuore".

Se ancora oggi ritengo la vecchia traduzione superiore alla nuova, pur con tutti i suoi limiti e le sue inesattezze (frutto anche di un modo di fare letteratura di quegli anni, è innegabile, anzi oggi fa un po' sorridere), non è per un semplice fattore di affezione, è perché vi ravvedo più CUORE che nell'altra.

Perché il testo risulta vivo. Sicuramente appiattito rispetto all'originale, sicuramente inutilmente enfatico e retorico a tratti, ma provvisto di un'identità tutta sua.


La critica letteraria su Tolkien in Italia sta diventando, a causa di questa eterna lotta (che a ben vedere riflette da vicino un atteggiamento ricorrente dell'intellettuale italiano), troppo poco pluralista (tranne che sul web, dove però il pluralismo fa presto a trasformarsi in caos e imbecillità) e urge fare da controcanto a chi vorrebbe affermare un solo nuovo canone incontrastato.


Tolkien non voleva lasciare “canoni”, voleva solo scrivere le sue storie sugli Elfi delle sue lingue inventate.


il SdA non mi appartiene. È stato portato a termine e ora deve andare per la sua strada, nel mondo, benché sia naturale che io provi molto interesse per le sue fortune, come un genitore si interessa ad un figlio”

(J.R.R. Tolkien, lettera 328 a Carole Batten-Phelps, autunno 1971)



Giorgio Todesco




1 Per un'analisi esaustiva su questo e altri aspetti della traduzione rimando al lavoro svolto dal collettivo "I Figli di Fëanor", in collaborazione con "La Voce di Arda – Radio" (una delle loro ultime trasmissioni è stata molto contestata, nonostante la coscienziosità con la quale hanno portato i loro argomenti, discutendo pregi e difetti con ospiti competenti, tutti traduttori o autori "dell'ambiente tolkieniano", come Costanza Bonelli, Kelo, e Paola Cartoceti), nonché la copertura di articoli fatta da "Tolkien Italia" e altri siti molto seri presenti nella nicchia web italiana sul Professore.

2 Da un'intervista ad Alliata: «Fu proprio l'ostica nordicità il motivo delle mie scelte stilistiche. Tolkien voleva che il suo fosse un messaggio universale rivolto a tutti i popoli del pianeta senza distinzioni: un'epopea i cui eroi (e anti-eroi) ispirassero le nuove generazioni, incoraggiandole a combattere con le armi [ugh!], ma soprattutto con la solidarietà e la pietas, contro la superbia dell'ego e contro le forze della dissoluzione e del Male, spesso camuffate da Bene. Fu proprio grazie all'utilizzo di forme espressive familiari a tutti i giovani italiani che credo di avere reso comprensibile con freschezza e ritmo affabulante quel testo.»

Tralasciando alcuni argomenti un po' retorici, non esattamente di mio gusto, questa affermazione conferma che Alliata era ben conscia di non dover attingere a rami della cultura e della lingua "nostrani", bensì rifarsi a tradizioni letterarie nordiche più in linea con le fonti cui aveva fatto capo Tolkien. E questo modus operandi ricevette l'approvazione ufficiale del Professore di Oxford. Tanto basta. Le dietrologie ideologiche sono, secondo me, un di più, farina del sacco di Alliata e irrilevanti al nostro discorso e al contenuto dell'opera.